Qualcuno era comunista: la svolta della Bolognina.

13 11 2009

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Quella domenica di Novembre del 1989 segna forse il più grande lutto, dopo la morte del compagno Berlinguer, per il “popolo nel popolo” che era il Pci. Quella domenica, per i 470 mila iscritti al Pci, è un giorno che precipita tutti nel caos e nel disorientamento più totale, come egregiamente descritto dal film documentario “la Cosa” di Nanni Moretti. Fu un vero dramma collettivo, sul sì e sul no si divisero famiglie e finirono amicizie. Quella frase: “dobbiamo inventare vie nuove”. Dopo vent’anni quel concetto è ancora da compiersi, nel senso del condurre in porto quella nave che iniziò il suo viaggio proprio con l’abbandono di un altro porto, di una prospettiva, di un orrizzonte: il comunismo.

Quella svolta spaccò il partito e contrappose generazioni di militanti. Il compagno Ingrao s’impose al primo congresso che diede vita al Pds, dichiarando solennemente: “io dissento e combatto, chiedo che resti aperto l’orizzonte del comunismo”. Con lui, per il No, personalità diverse come Natalia Ginzburg, Gian Maria Volontè, Gigi Proietti, Nanni Moretti, il filosofo Cesare Luporini e tanti altri.

Occhetto si presentò nella sezione della Bolognina in quella domenica di Novembre, con la piena consapevolezza del peso enorme che avrebbero avuto quelle parole. Parlò davanti agli ex partigiani che ogni anno si riuniscono in quel quartiere per commemorare dieci combattenti per la resistenza morti per mano dei nazisti durante l‘ultima grande guerra. Occhetto a quell’incontro parlerà con mezze frasi, metafore camuffate, in un intervento che non poteva nascondere il peso storico delle sue affermazioni.

Il giorno successivo il Popolo del Pci insorge, manifesta davanti a Botteghe Oscure a Roma e chiede maggiori spiegazioni per una decisione che sembra essere piovuta da chissà dove, come un macigno sulla testa di tutti. Il Pci dovrà cambiare nome, i comunisti non dovranno più essere tali, il presente e il futuro del più grande partito comunista d’Europa esigono un cambiamento che nessuno riesce a comprendere fino in fondo.

“Perchè ? Perchè è caduto il muro”. “Ma perchè, cosa c’entriamo noi con l’Unione Sovietica e la sua caduta?” I conti con la storia il Pci li ha già fatti: c’è stata la Primavera di Praga nel ‘68 con la ferma condanna dell’invasione sovietica; c’è stato Berlinguer e l’eurocomunismo che per quanto vaporoso e inconsistente rappresentò un’ ulteriore presa di distanza dall’ Urss. Fu in quei momenti che il Pci e la sua base si distaccarono dalla “grande madre” e dal suo sistema decadente e autoritario.

Ma allora perchè cambiare nome, perchè rinunciare ad una prospettiva di cambiamento e di lotta oramai profondamente consolidata nelle menti di migliaia di militanti e di elettori di tutta Italia? Occhetto non seppe dare una vera risposta, come tutt’ora gli ex dirigenti di quel partito ancora non riescono a dare.

Quel muro crollò, ma a qualcuno quel muro pareva proprio fosse caduto addosso. Questo qualcuno era Occhetto, che come l’intera classe dirigente dell’epoca, pareva non aver fatto proprio tutti i conti con il passato, conservando quella dipendenza sotterranea dal sistema di potere sovietico, formalmente spezzata, ma in sostanza ancora in essere.

La base sì, i militanti sì che quei conti li avevano fatti. Avevano già fatto i conti con lo stalinismo le purghe e i gulag; con il 1956, Budapest e l’invasione delle truppe sovietiche, forse il momento in cui venne soffocata per sempre la possibilità di riforma di quel sistema, sterminando un intera generazione di giovani operai e rivoluzionari di Budapest che nel socialismo, quello vero, credevano, e per questo combatterono casa per casa, strada per strada, fabbrica per fabbrica, fino all’estremo sacrificio.

Era necessario un cambiamento, punto e basta. Alla Perestrojka di Gorbacev furono decisamente più permeabili i dirigenti del Pci, di quanto non lo furono gli stessi dirigenti sovietici di allora. Il cambiamento che l’ultimo segretario del Pcus volle imporre all’Urss come a tutto il blocco sovietico, rappresentò sicuramente il sintomo più grave di una crisi che era oramai ad uno stadio terminale. Il cambiamento fu interpretato dai comunisti di tutto il mondo, a partire dalle classi dirigenti, come il vero segnale della fine di un’epoca, e nonostante non fosse nelle intenzioni iniziali di Gorbacev, anche la fine della grande stella polare, di quella che fino ad allora era stata la guida, la grande speranza, la paladina di tutti i popoli oppressi del mondo, l’Unione Sovietica, il gigante dai piedi d’argilla.

La Svolta fu un colpo durissimo per tutto il movimento operaio italiano, e per chiunque volesse ancora chiamarsi, allora, comunista. Di quella scelta e di quel trauma ancora non totalmente superato, sono state vittime migliaia di militanti, ma soprattutto fu vittima principale un’ idea: un altro modo era possibile, un’alternativa era visibile ed esisteva un importante strumento, sebbene malconcio e da riformare profondamente: il partito comunista.

Togliere quest’arma, l’unica rimasta a disposizione della classe lavoratrice, con tutto quello che rappresentava in termini di rappresentanza,di potere di pressione, di capacità di mobilitazione, fu un gesto dissennato, per non dire criminale, del quale gli attuali leaders del suo (aimè) discendente, il Pd, sono chiamati ora a dare spiegazione. Ora che l’opposizione non c’è più, ora che non c’è più nessuno che difende La Classe, che indica la salvezza da questo brutto mondo, da questo brutto futuro, da questa grande ed infernale gabbia dorata che si chiama capitalismo.

Junius

 





No alla “purga etnica”.

12 11 2009

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Sull’ intervento di sgombero del campo nomadi “Casilo 700”, ordinato dal Comune di Roma, proseguito per tutta la giornata di ieri ( 11/11), si leva l’appello dell’associazione per la tutela dei diritti umani Everyone che, definendola un’operazione di “purga etnica”, chiede alle associazioni umanitarie di vigilare sulle operazioni di sgombero. Secondo quanto detto da Roberto Malini, responsabile dell’organizzazione, le autorità “cercheranno di lavarsi la coscienza (e di evitare di essere accusate di crimini contro l’umanità) offrendo un posto in squallidi dormitori a donne e bambini, ma proponendo di smembrare le famiglie”. Non si può procedere allo sgombero di una campo nomadi senza tenere conto della realtà culturale dei Rom. “Donne e uomini Rom – spiega infatti Malini -, nell’atto di unirsi in matrimonio, giurano di non separarsi mai, neanche nella cattiva sorte e che dunque, nel caso di tale iniqua proposta, non accetteranno, trovandosi sulla strada con un clima ostile e senza una meta”.

“Serve un piano urgente di assistenza”

- Evitare dunque l’ennesima violazione dei diritti, dice il responsabile di Everyone. “E’ importante evitare l’ennesima violazione dei diritti fondamentali di queste famiglie, che sono coraggiosamente rimaste unite nonostante l’efferata persecuzione, gli atti di razzismo, la crudeltà della città di Roma nei loro confronti”. La preoccupazione è che queste persone, tra cui donne e bambini, non sappiano dove andare dopo che le loro baracche saranno state cancellate. “Abbiamo iniziato a dialogare con le forze politiche non completamente intolleranti – dice ancora Malini -, ma c’è bisogno di un piano urgente per tenerle al sicuro in attesa di soluzioni umanitarie definitive ed evitare una tragica diaspora che impedirebbe di identificare i nuclei familiari perseguitati”.

Da “ROMANOTIZIE.IT”





Senza stipendio 50 lavoratori di call center

15 07 2009

V. anche la lettera dei lavoratori inviata a estense.com: http://www.estense.com/?module=displaystory&story_id=53257&format=html

I cocopro della Dea srl da mesi non vengono retribuiti

di Mauro Alvoni

Retribuzioni a singhiozzo da febbraio e mancata corresponsione delle ultime mensilità, quelle di maggio e di giugno. E’ una forte situazione di disagio quella che stanno vivendo i circa 50 dipendenti e operatori (di cui ben 45 con contratto a progetto) del call center in forza presso l’azienda Dea Srl di Ferrara.

Una situazione che li ha indotti a rivolgersi direttamente ai sindacati per ottenere le proprie spettanze, oltre ad inviare alla nostra redazione una lettera in cui vengono descritte condizioni di lavoro stressanti (“anche 9 ore al giorno”, si legge nella missiva), “carenza di liquidità dell’azienda”, nonché “scarse prospettive dovute non solo alla precarietà dei contratti, ma anche alla mancanza di commesse, che fino ad una settimana fa venivano garantite dalla multinazionale Blue Call di Milano, con cui la Dea aveva stipulato accordi”.

”Il caso è delicato”, conferma Glauco Melandri, che sta seguendo la vicenda nella sua veste di segretario provinciale della Slc-Cgil (la sigla che si occupa dei lavoratori delle telecomunicazioni). ”Oggi questi lavoratori a progetto – spiega – sono ancora più esposti di prima. Dal canto nostro, dopo esserci riuniti in assemblea per essere informati da loro della situazione che stanno vivendo, lunedì abbiamo chiesto un incontro con l’azienda sollecitando innanzitutto il pagamento degli arretrati”.

La delicatezza del caso sta proprio nella forma di contratto (il cosiddetto cocopro) ”che nei call center – aggiunge Melandri – andrebbero centellinati e approfonditi uno per uno”. ”In questo caso – azzarda il sindacalista – siamo in presenza di orari di lavoro che di fatto sono fissi e quotidiani. Ritengo perciò che siano tutti da trasformare in contratti di lavoro subordinato. Ho qualche difficoltà però a sbilanciarmi prima dell’incontro con i vertici aziendali, dal quale mi aspetto soprattutto di capire se ci sono prospettive di sviluppo della Dea Srl”. Al momento l’unica battaglia che può portare avanti il sindacato è quella relativa ai mancati pagamenti. ”Entrando in possesso dei cedolini – conclude Melandri – tramite avvocati si potrebbe fare subito ingiunzione di pagamento”.

da www.estense.com





STEFANO CUCCHI

30 10 2009

[ Leggi anche: http://andremusa.wordpress.com/2009/10/30/le-forze-dellordine-continuano-ad-ammazzare-verita-e-giustizia-per-stefano-cucchi/ ]

Aldo Bianzino, morto due anni fa in una prigione di Perugia per cause ancora da chiarire. Marcello Lonzi, ammazzato in una galera livornese nel 2003 da un arresto cardiocircolatorio ma il suo corpo sfigurato, a sua madre che cerca ancora verità, dice tutt’altro. Fino a l’altroieri, Ilaria non conosceva i loro nomi, forse nemmeno sapeva quanto fosse lungo il catalogo dei morti di galera. Poi i carabinieri di Torpignattara hanno bussato a casa loro per dire che semplicemente «Stefano era morto», in ospedale. Più precisamente nel reparto penitenziario del Pertini. Ora la famiglia chiede di poter vedere la salma prima che sia ricomposta. Vuole accedere al più presto alle foto dell’autopsia. Perché, finora, le due cose sono state negate. [n.d.r.: successivamente le foto del cadavere di Stefano sono state rese pubbliche per volontà della stessa famiglia]
Leggi il seguito di questo post »





Polizia assassina, Stato criminale.

30 10 2009

Federico Aldrovandi muore in seguito ad un fermo di polizia a Ferrara mentre stava tornando a casa da una serata con gli amici, correva l’anno 2005, era il 25 settembre. Aldo Bianzino viene trovato morto nel carcere Capanne a Perugia 48 ore dopo l’arresto nella sua casa di campagna vicino a Città di Castello per coltivazione e detenzione di marijuana, correva l’anno 2007, era il 14 ottobre. Stefano Cucchi muore nel reparto detentivo dell’ospedale Pertini a Roma sei giorni dopo il suo arresto per detenzione di marijuana, correva l’anno 2009, era il 22 ottobre.
Junius





Operaio investito, lavorava ad uno scambio in zona rifredi a Firenze.

6 11 2009

FIRENZE, 6 NOV – Un operaio di 27 anni e’ morto la notte scorsa investito da un treno, in zona Rifredi, a Firenze. In base a una ricostruzione della Polfer, l’uomo stava lavorando con due colleghi ad uno scambio. Sempre in base a una prima ricostruzione,i tre si sarebbero allontanati dal binario su cui stavano lavorando per il sopraggiungere di un convoglio ma, durante lo spostamento, la vittima sarebbe stata investita da un secondo treno in arrivo su un altro binario.
Da “Adnkronos.it”





La mafia ordina, lo Stato esegue.

6 11 2009

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-Da Roma il via libera a progettazione ponte                                          sullo Stretto-
Il Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe), a quanto si apprende, ha dato via libera alla fase di progettazione del ponte sullo Stretto di Messina. Le stesse fonti riferiscono che servirà una nuova riunione del comitato, entro fine anno, per “risolvere alcuni piccoli problemi tecnici”.Da “Ansa.it”

La mafia fa l’appello, lo Stato risponde presente. Il ponte sullo stretto di Messina si può iniziare a fare. E’ stato deciso da tempo di costruire ma ora è arrivato il momento. Non interessa nè allo Stato  nè alla mafia se questa grande opera sarà costruita calpestando la memoria delle ultime vittime dell’alluvione che ha colpito quelle zone appena un mese fa. Gli interesssi legati all’affare del Ponte sono imprescindibili. Ci sono chiari segnali della presenza mafiosa in questa grande opera decisa dal governo Berlusconi, ma già pensata e progettata anni fa da Bettino  Craxi quando era capo del governo.

L’infiltrazione delle organizzazioni mafiose nella gestione delle risorse finanziarie finalizzate alla realizzazione del Ponte non è un processo recente, e soprattutto non è stato né lineare né indolore. Al contrario, esso è passato attraverso una fase di grave conflitto tra le maggiori cosche calabresi, culminata in una vera e propria guerra che, nella seconda metà degli anni ’80, ha disseminato di morti (oltre 600) le strade della provincia di Reggio Calabria.

Secondo la DIA, Cosa Nostra avrebbe ripristinato un elevato grado di controllo sull’imprenditoria, specialmente quella del settore edile, intercettando sia gli investimenti pubblici sia quelli privati, “vuoi mediante l’estorsione pura e semplice, vuoi con la partecipazione diretta ai lavori”. “Con la conseguenza – conclude la Direzione antimafia – che una rilevante quota delle risorse investite viene sottratta alla realizzazione dell’opera, determinandone una esecuzione non rispondente ai criteri qualitativi stabiliti e la necessità di dare ricorso ad ulteriori e non previsti finanziamenti”. Uno scenario particolarmente preoccupante proprio perché affermatosi in prospettiva della “prossima realizzazione di una straordinaria serie di opere indispensabili per l’adeguamento delle strutture dell’isola agli standard nazionali ed europei”

Le mani della mafia sullo Stretto di Messina ci sono da sempre. Gli affari che Cosa Nostra e l’Ndrangheta fanno da sempre con i traghetti e con tutto il traffico di merci e persone che coinvolge quel tratto di mare, rappresenta un fatto storico con cui lo Stato deve fare i conti ed è ben disposto a farli. Il volume immenso di denaro mosso dall’affare del Ponte renderà parecchio, soprattutto nel rafforzare il sodalizio tra Stato e mafia. La promessa di questo nuovo Eldorado, è stata fatta tanto tempo fa, al tempo di Craxi appunto, ed ora la mafia batte cassa.

Junius  





1989-2009…greetings from Est!!!

13 11 2009

“Se il capitalismo è davvero migliore del socialismo, perchè la nostra vita fa ancora schifo?”…si domanda qualcuno.

J.





Fare profitti miliardari con la salute: O la borsa o la vita!

12 11 2009

bufala

Scritto da Michele Fabbri

Come segnalato da Tito Boeri, il professore della Bocconi animatore del sito lavoce.info, “solo il 2,4% dei farmaci lanciati sul mercato tra il 1981 e il 2008 rappresenta un’importante progresso terapeutico. L’80% dei “nuovi” farmaci è costituito da copie di prodotti già esistenti. L’unica cosa cambiata è il prezzo, spesso duplicato o triplicato”… Sempre Boeri ci informa che “nell’industria farmaceutica gli investimenti nel marketing sono il doppio di quelli destinati alla ricerca…”

L’indignazione del professore cresce quando commenta che l’industria decide di “sotto-trattare” chi non ha le risorse per pagarsi le medicine… mentre chi li ha, si vede “sovra-trattato” e con la scusa della prevenzione è costretto a ricevere prestazioni di dubbia efficacia sempre più sofisticate e costose.

La raccomandazione finale è un po’ scarna… se consideriamo le denunce citate: “Dobbiamo imparare a evitare i consumi inutili che impediscono di offrire a tutti dei trattamenti efficaci”.

Noi comunisti pensiamo invece che non basti indignarsi di fronte a questo stato di cose.

La svizzera Novartis ha annunciato, in occasione della pubblicazione dei conti del terzo trimestre, che nei mesi tra ottobre e dicembre prevede che dalla vendita del suo vaccino “Focetria” otterrà tra i 400 e i 700 milioni di ricavi aggiuntivi. La multinazionale svizzera già nel luglio scorso aveva raggiunto accordi con 35 Governi di tutto il mondo per la produzione del farmaco e si era assicurata due contratti con il governo Usa per il valore di 979 milioni di dollari. L’Italia comprerà alla Novartis 48 milioni di dosi per un controvalore di decine  di milioni di euro. L’inglese Glaxo avrebbe già venduto a una ventina di paesi oltre 400 milioni di dosi del suo “Pandermix” con un incasso attorno ai 3,5 miliardi di dollari. Altra protagonista del mercato farmaceutico è la svizzera Roche che col suo antivirale “Tamiflu” conta di stabilire nuovi record di vendite. Già nel periodo luglio-settembre di quest’anno il Tamiflu ha registrato ricavi per 994 milioni di franchi svizzeri. Per gli analisti di Nomura il vaccino anti-flu della Roche dovrebbe portare a vendite totali per il 2009 per 2,7 miliardi di franchi svizzeri, contro i soli 600 milioni del 2008. Vendite quadruplicate quindi. E l’effetto dovrebbe proseguire anche nel 2010, anche se i ricavi dovrebbero scendere rispetto al picco dell’inverno 2009, ma si collocherebbero comunque sulla ragguardevole cifra di 1,5 miliardi.

Secondo la Nomura l’effetto della pandemia influenzale beneficerà anche Astra Zeneca per la quale si ipotizzano ricavi per 450 milioni di dollari, quasi tutti nel quarto trimestre. Per la francese Sanofi-Aventis si parla di stime di ricavi tra il quarto trimestre e la prima parte del 2010 di 738 milioni di dollari.

L’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ha stimato che il giro d’affari del vaccino A/H1N1 dovrebbe attestarsi sui 20 miliardi di dollari. Ma c’è chi ipotizza cifre di 40/50 miliardi.

Secondo le stime proiettate dall’Oms finiranno per vaccinarsi circa due miliardi di persone in tutto il pianeta, la maggioranza nei paesi ricchi. Quei miliardi sono una cifra colossale, ma rappresentano tutto sommato una percentuale attorno al 4% del giro d’affari mondiale dell’industria del farmaco, che secondo le stime di Ims Health dovrebbe vedere salire il fatturato nel 2010 del 4-6% fino agli 825 miliardi di dollari.

La Novartis da sola fattura ogni anno più di 43 miliardi di dollari.

Gli utili derivati dal vaccino antinfluenzale, saranno importanti dovuto al numero enorme, più che al margine di guadagno, dato che i margini unitari sono bassi, non certo quelli prodigiosi di farmaci contro il colesterolo o le malattie oncologiche che hanno profittabilità assai più elevata.

Il “Lipitor”, il farmaco anti-colesterolo della Pfizer da solo vende in un anno 12 miliardi di dollari. I farmaci che piacciono agli azionisti sono questi: malattie croniche, con assunzioni prolungate per decenni e con margini elevati.

Il movimento operaio, le organizzazioni dei lavoratori, partiti e sindacati, devono sviluppare una propria posizione sulla salute. È in gioco la qualità della nostra vita oltre a una fetta sempre più crescente dei soldi pubblici. Le agenzie internazionali responsabili dei medicamenti e dei vaccini (l’ EMEA in Europa, e la FDA negli Stati uniti) subiscono le forti pressioni delle multinazionali farmaceutiche. In questo caso hanno accelerato i processi di registro dei farmaci.

A fine di settembre, la UE approvava l’ uso dei dei vaccini raccomandati due settimane prima dalla Agencia Europea del Medicamento (EMEA): Pandemrix (GlaxoSmithKline) y Focetria (Novartis).

La capacità mondiale di produzione di vaccini non supera i tre miliardi di dosi/anno) mentre la popolazione mondiale è vicina ai 7 miliardi. La OMS ne prende atto e ci informa che “l’ acceso ai vaccini da parte dei paesi più poveri dipenderà in grande misura delle donazioni dei fabbricanti e di altri paesi”.

Cioè: si sprecheranno i vaccini nei paesi dove le condizioni generali di salute le rendono superflui ai più, mentre si assume come normale fatalità che miliardi di persone povere e spesso denutrite, senza accesso alle minime condizioni di igiene… non riceveranno un vaccino! Non c’è da stupirsi. È coerente con le leggi del mercato capitalista. Non conta il bisogno, ma la capacità  di acquisto. 

Il mercato capitalista mondiale perpetua e rende più grande ogni giorno la distanza tra il reddito di miliardi di persone e quello di una minoranza nei paesi industrializzati, ma alcuni di questi paesi come Stati Uniti, Australia, Francia, Italia, Nuova Zelanda, Norvegia, Regno Unito e Svizzera) si sono impegnati a “donare” 300 milioni di dosi ai paesi poveri. La coscienza è salva!

Da “marxismo.net”