Martone: la nostra ‘sfiga’ è la tua fortuna

Michel Martone, viceministro del lavoro e delle politiche sociali, ha recentemente dichiarato che “chi si laurea dopo i 28 anni è uno sfigato”.

Forse il viceministro, figlio dell’ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati nonché amico di Brunetta e Previti, non conosce le condizioni in cui si trovano a vivere migliaia di studenti e studentesse universtari/e  nel nostro Paese trovandosi così a parlare di cose che ignora.

Se uno studente ventottenne non ha ancora concluso il suo percorso di studi non è certo perchè è un fannullone o un perditempo: la realtà dei fatti è che i giovani d’oggi vivono in un contesto di continua negazione.

Negli ultimi anni le tasse universitarie e i prezzi di libri, affitti, mezzi di trasporto e di tutto ciò di cui uno studente deve poter fruire, sono aumentati vertiginosamente; allo stesso modo sono aumentati i tagli alle borse di studio e, più in generale, all’intero comparto della pubblica istruzione.

A fronte di questa situazione, moltissimi sono gli studenti che, sicuramente più “sfigati” del viceministro nelle parentele e nelle amicizie, si vedono costretti a lavorare per lo più in nero, sottopagati e sfruttati o all’interno di un orizzonte di precarietà. Tutto questo per potersi mantenere gli studi senza pesare sulle famiglie (ormai diventate il primo degli “ammortizzatori sociali”) che già si trovano in grosse difficoltà.

La frase del viceministro è figlia di una mentalità che concepisce l’istruzione come utile al solo fine di vedere i giovani fagocitati da un mercato del lavoro sempre più spietato ed escludente che a 28 anni non solo ci vede sfigati ma “scaduti”. Vorremmo però spiegargli che lo studio è molto di più: è, prima di tutto, un percorso di crescita culturale e personale che, come tale, non deve essere sottomesso da logiche aziendalistiche di profitto. Poter studiare significa anche poter inseguire i propri sogni: c’è forse un’età giusta per questo?

Chiediamo da sempre di avere scuola e università pubbliche, laiche e non subordinate alle logiche di mercato, e otteniamo l’esatto opposto da tutti i governi. Sempre più insistentemente si cerca di far passare l’idea che la vera “meritocrazia” passi attraverso l’abolizione del valore legale del titolo di studio cosa che noi invece crediamo essere un ulteriore strumento di dequalificazione dell’università pubblica e di discriminazione verso quegli studenti meno abbienti, che non si possono permettere di frequentare le Università più costose ritenute anche le “migliori”.

Caro Martone, a noi giovani servirebbero risposte serie anziché epiteti offensivi, ma la verità è che la nostra “sfiga” è la tua fortuna!

Giovani Comunisti/e Ferrara

SOLIDARIETA’ AI/ALLE COMPAGN* IN LOTTA AD ATENE!

Ad Atene da Domenica scorsa (20 Novembre) i sindacalisti di GENOP/DEI stanno occupando la sede nazionale dell’azienda DEI (azienda pubblica che si occupa della gestione del servizio elettrico) sostenuti dal partito politico SYNASPISMOS, dai sindacati PAME e OLME e da molti comuni cittadini e cittadine.

Le ragioni dell’occupazione derivano dalla necessità di opporsi ad un provvedimento che impoverirà ulteriormente i cittadini greci e che colpirà quelle fasce di popolazione che già stanno ingiustamente pagando  il  carissimo prezzo della crisi economica. Il governo greco ha infatti emanato una legge che prevede che, al normale costo della bolletta dell’elettrcità, venga aggiunta una tassa di proprietà. Chi non sarà in grado di pagare questo balzello si vedrà staccata la corrente.

Due giorni fa i compagni e le compagne in protesta erano stati minacciati di sgombero forzato se non avessero messo fine all’occupazione, a seguito del loro rifiuto di smobilitazione questa mattina è intervenuta violentemente la polizia che ha arrestato 15 compagn*.

Nikos Fotopoulos, presidente del sindacato GENOP/DEI, prima di essere anch’egli arrestato ha dichiarato ad una emittente televisiva:

“Noi non abbandoneremo questa lotta. Questa lotta è per tutta la società greca, non si può privare dell’elettricità nessuna casa di povero o disoccupato. L’elettricità è un bene che non può essere utilizzato come leva di ricatto contro la società.

E’ una vergogna minacciare la gente, a cui sono già stati rubati stipendi e pensioni e che già paga tante tasse, di essere privata dell’elettricità se non paga anche questo balzello. I lavoratori del DEI si rifiuteranno di staccare la corrente dalle case della gente, che si assuma il governo che ha emanato questa legge la responsabilità di questo atto.

Noi non possiamo perdere la nostra umanità. Noi non possiamo mettere la gente al buio”.

L’occupazione continuerà e i/le compagn* in lotta chiedono l’immediato rilascio degli arrestati il cui processo è previsto per il 30 Novembre.

Da Ferrara ci sentiamo complici e solidali con i compagni e le compagne in lotta ad Atene. LA CRISI LA PAGHI CHI L’HA CAUSATA!

SCUOLA E RICERCA BENI COMUNI

Al termine del corteo abbiamo necessariamente deviato dal percorso pattuito con le forze dell’ordine, per poi arrivare alla facoltà di Lettere, in forza del fatto che una protesta studentesca che non tocchi i luoghi simbolo della cultura, per noi, non ha senso. Non ha senso spegnere la protesta in piazza municipale, esaurire la spinta in un momento autoreferenziale o autocelebrativo, che solitamente prelude all’abbandono delle istanze per cui si muove. Il sostegno e la solidarietà che ci sono stati dati dal direttore del dipartimento di Lettere dimostrano che il nostro intento di presidiare uno spazio simbolo della cultura, qual è l’aula magna, sia un passo necessario e soprattutto riconosciuto anche al di fuori del movimento studentesco.

Il 17 novembre non può essere una giornata isolata: la protesta studentesca non può e non deve nascere per poi subito spegnersi in un semplice corteo. A differenza di chi ha deciso di rimanere nelle logiche istituzionali, chiuso in un’idea di protesta scontata e inconcludente, noi abbiamo deciso di aprirci, di rimanere tra gli studenti, medi e universitari, per reclamare a gran voce una Scuola ed una Ricerca che siano libere da interessi economici e accessibili a tutti.

In un momento di crisi del neoliberismo che colpisce soprattutto i paesi dell’area mediterranea, ci sentiamo fraternamente vicini al popolo Greco, che si trova ad affrontare l’imposizione di un governo tecnico e di una serie di norme di austerità che colpiscono chi già sta pagando.

Situazione che presenta similitudini agghiaccianti con l’imposizione in Italia di Monti come primo ministro, e di Profumo come ministro dell’Istruzione.

In Italia come in Grecia sono membri della Goldman Sachs e rappresentanti della finanza globale, autentici responsabili della crisi, ad imporre le misure per “salvarci”.

Noi studenti dobbiamo essere parte attiva non solo nel momento della protesta, ma anche e soprattutto nella costruzione di una società a misura dei nostri bisogni.

Di fronte ad un sistema che ci vuole ignoranti per imporci le sue soluzioni e che ci obbliga a credere che non c’è un’alternativa:

-         rivendichiamo il diritto di costruire il nostro futuro

-         difendiamo la cultura come strumento di critica alla realtà ed emancipazione sociale.

-         proponiamo di costruire insieme momenti e spazi di socialità che ci permettano di costruire un sapere critico e libero.

Chiamiamo quindi la cittadinanza in Assemblea nell’Aula Magna di Lettere, simbolo della cultura, per rivendicare che le decisioni vanno prese dal basso e con il nostro consenso.

Mercoledì 9 marzo 2011 ore 17: La Rivoluzione Araba

 

 

Mercoledì 9 marzo alle 17

sede dei Giovani Comunisti

Via Vasco Zappaterra 137 Ferrara

incontro

La Rivoluzione Araba

 

introduce il dibattito:

Ares Qubaja


 

L’Europa chiede le dimissioni di Gheddafi.

Roma, 11 mar. (TMNews) – “Non credo che l’esilio di Gheddafi sia possibile”. Lo ha detto il premier Silvio Berlusconi, a margine del Consiglio europeo a Bruxelles, “dal momento in cui qualcuno ha avanzato la proposta di sottoporlo al Tribunale penale internazionale”. “Credo – ha aggiunto – si sia radicata in lui l’idea di restare al potere e credo che nessuno può fargli cambiare idea”. Il Consiglio nazionale creato dagli insorti libici a Bengasi è un “interlocutore legittimo”, ha ammesso il premier.

I capi di Stato e di governo dell’Unione Europea, riunitisi a Bruxelles, hanno chiesto a Gheddafi di lasciare il potere “al più presto”, condannando le violenze in corso contro la popolazione civile. Lo ha annunciato Hermann van Rompuy, presidente dell’Unione, la quale ha adottato ulteriori misure restrittive contro la classe dirigente del Paese, e contro le entità che detengono attività consistenti controllate dal regime. Il presidente francese Nicolas Sarkozy, dal canto suo, ha detto che “Niente sarebbe peggio che ritrovarsi nella situazione della Somalia”. Il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, ha fatto sapere che il 15 marzo sarà presentato alla Nato un piano per imporre una zona di interdizione di volo sulla Libia.

Contraria a qualsiasi forma di intervento militare straniero nel Paese si è detta però l’Unione Africana (Ua). A Ras Lanouf, rinconquistata dalle forze di Tripoli, si combatte ancora perché ci sono “sacche di resistenza”. Lo hanno detto medici in contatto con i ribelli. Le forze di Gheddafi hanno lanciato un attacco aereo su una postazione dei rivoltosi situata a una decina di chilometri a est dalla città petrolifera. Secondo Al-Jazeera, i ribelli stanno rientrando nella città. Il leader libico Muammar Gheddafi ha minacciato l’Europa di sospendere la sua collaborazione nella lotta al terrorismo internazionale e all’immigrazione clandestina.

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l 12 in piazza per la Costituzione e per un scuola laica, pubblica e di qualità

La manifestazione convocata dal Coordinamento Scuola Pubblica di Ferrara è una grande occasione.

Tante volte in piazza ci siamo chiesti dove fossero le cittadine e i cittadini comuni, le persone che non lavorano nella scuola e non la frequentano ma che comprendono bene l’importanza di un’istruzione pubblica, laica e di qualità.

Ci siamo sentiti spesso soli ad esempio quando denunciavamo che autonomia finanziaria, scuole paritarie, modelli aziendali erano meccanismi deleteri che avrebbero portato al massacro del sistema formativo pubblico.

Qualcuno ci accusava allora perché attaccavamo un Governo di centrosinistra. Avevamo ragione. Ma il 12 marzo, a livello nazionale, rischia di essere il sintomo di un’opposizione senza proposte.

Il movimento per l’istruzione pubblica rischia sempre di più di perdersi in una battaglia difensiva. Il nostro compito sembra limitato alla sola reazione. E se prima era la necessità di fermare una legge ora sono le dichiarazioni infelici di Berlusconi a portarci in piazza.

Domani, mentre manifesteremo, anche su questo dovremo interrogarci, guardandoci attorno, leggendo le proposte e le azioni politiche dei partiti che ci staranno a fianco.

Gestione aziendale degli enti formativi, finanziamenti alle scuole ed alle università private, investimenti sulla ricerca, valorizzazione dei docenti. Questi sono i temi su cui, dal 12 marzo, dovremo confrontarci. Per realizzare il progetto di una nuova istruzione possibile. Senza privati e senza manager, senza scuole confessionali e magari con qualche euro in più.

La nostra idea di scuola infatti non accetta un modello dove la possibilità di iscriverti al Liceo Classico passa attraverso una lotteria, la nostra idea di scuola non accetta che vi siano classi sovraffolate, la nostra idea di scuola rifiuta i contributi volontari richiesti alle famiglie come forma di tassazione per tappare le falle dei tagli del Governo. Ma la nostra idea di scuola passa attraverso un modello diverso di società dove a tutte e tutti possa essere garantito di accedere ai più alti livelli d’istruzione a prescindere dal fatto di essere figli di un lavoratore di Mirafiori o di Sergio Marchionne. La nostra idea di scuola rifiuta l’aziendalizzazione ed è il perno del progresso del paese.

Per questo lanciamo un appello a tutti i partiti del centro sinistra, alle forze politiche e sociali, e a tutte e a tutti coloro che hanno a cuore la nostra scuola : lanciare una grande campagna locale a difesa della scuola pubblica statale.

Se non ora quando ?

“Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura ? L’operazione si fa in tre modi : rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. dare alle scuole private denaro pubblico” - Piero Calamandrei,  Roma 11 febbraio 1950

Stefano Calderoni – Segretario Provinciale PRC/Federazione della Sinistra

Mito e realtà dei 150 anni dell’Unità d’Italia

La polemica sul 17 marzo, giornata scelta per celebrare i 150 anni dell’Unità italiana, con il dilemma di considerarla come giornata festiva o meno ha sottolineato ancora una volta di più la confusione e la retorica attorno alla storia del Risorgimento e del processo di unificazione del paese, su cui le visioni acritiche di una parte e dell’altra occultano l’analisi storica e politica di un avvenimento così fondamentale.

Se la risposta della Lega è stata scontata e dettata dalla difesa della propria “identità padana”, arrivando a esprimere la propria contrarietà in consiglio dei ministri, lo scarso entusiasmo di Confindustria e la difesa acritica del patriottismo con venature nazionaliste da parte di Pd e sinistre deve far riflettere.

Confindustria è l’interprete più autentico della reale unità italiana, basata sullo sfruttamento del Mezzogiorno, inaugurato anche prima della fondazione dell’associazione padronale, col drenaggio della già disastrata e inadeguata economia dell’ex regno delle Due Sicilie (la tassa sul macinato, che unificò nella povertà le masse contadine italiane, ebbe un effetto dirompente sul meridione).

L’unificazione condotta dal Piemonte rappresentò un fardello economico pesante e insopportabile, con la politica liberista e basata su un pareggio di bilancio scaricato interamente sugli altri stati italiani, con l’avvantaggiamento a favore della concentrazione della grande industria.

Il carico ulteriore della leva militare, descritto da Verga nei Malavoglia con la morte di Luca Toscano nella battaglia di Lissa del 1866, e una feroce repressione delle proteste e delle rivolte contadine (spesso bollate semplicemente come “brigantaggio”, quando la realtà era molto più complessa) con vere e proprie rappresaglie come il massacro di Pontelandolfo (piccolo centro del beneventano) di cui il prossimo agosto ricorreranno i 150 anni.

I mille e i Garibaldi

La spedizione dei Mille aveva suscitato le speranze di gran parte del movimento democratico e rivoluzionario d’Europa, che non solo con l’appoggio della stampa degli esiliati italiani, ma anche di Marx ed Engels, nonché di altri importanti esuli si spese per l’unità italiana. Venne formata persino una legione di volontari ungheresi, e non pochi russi e irlandesi militarono nelle fila garibaldine, proprio perchè la rivoluzione democratica delle libere nazioni era vista in chiave europea e internazionalista.

Ma che unità avevano in mente e che immagine di Garibaldi era presente tra i rivoluzionari europei?

Friederich Engels scrisse, a nostro modo di vedere con lungimiranza, di come “l’insurrezione siciliana ha trovato un capo militare di prim’ordine; speriamo che l’uomo politico Garibaldi, il quale dovrà presto comparire sulla scena, saprà conservare senza macchia la gloria del generale” (Marx, Engels sull’Italia, ediz. Progress, Mosca 1976, pag. 175).

I Mille non furono gli iniziatori delle rivolte in Sicilia e nel Mezzogiorno, che già erano cominciate un mese prima, e si basavano sulle tradizioni (a volte secolari) ribelli delle masse meridionali e gli echi del ’48 napoletano e palermitano ancora erano presenti tra i ceti urbani e quel sottile strato di “opinione pubblica”, cioè piccola borghesia istruita schiacciata tra latifondo, nobiltà e borghesia mercantile.

L’esercito borbonico rompe le righe, dandosi alla diserzione o unendosi a Garibaldi sulla base della prospettiva della terra ai contadini, della repubblica e della libertà, aspettative presto deluse.

Ma dicano altresì a chi tenta altre vie e crede farsi giustizia da sè, guai agli istigatori e sovvertitori dell’ordine pubblico sotto qualunque pretesto.  

Se non io, altri in mia vece rinnoverà le fucilazioni di Bronte se la legge lo vuole.

Il comandante militare della provincia percorre i comuni di questo distretto.

Randazzo, 12 agosto 1860

Il Maggiore Generale G. Nino Bixio

Ma le attese contadine di liberarsi dal latifondo, rafforzate dai decreti sulla ridistribuzione della terra emessi da Garibaldi, furono accolte con le fucilate di Nino Bixio a Bronte, con i compromessi stretti già durante la preparazione della spedizione con i latifondisti siciliani, ansiosi di poter trattare sulla base del libero scambio con la Gran Bretagna (la Sicilia, attraverso la produzione del vino, degli agrumi e del grano, era pienamente inserita nell’emergente sistema di scambi capitalistico), incatenando le masse contadine alla miseria più nera.

Napoli venne addirittura consegnata da Liborio Romano, già ministro di polizia borbonico e a diretto contatto con gli ambienti della camorra, a Garibaldi, per poi essere mandato a Torino come parlamentare del nuovo Regno d’Italia, con un risultato plebiscitario in ben 9 collegi, esempio di come per il notabilato meridionale fosse cambiato solo re, ma non sistema e profitti.

D’altro canto, difendere, come succede attualmente, le “conquiste” dei Borboni oltre ad essere antistorico, rappresenta una distorsione della realtà: se per l’esperimento del Setificio di San Leucio qualcuno ha sprecato i paragoni con il socialismo utopista, nelle zolfare siciliane, nei campi della Capitanata e nei quartieri di Napoli la mortalità era elevata, non esistevano opere pubbliche, né alcuna assistenza sociale. I Savoia riusciranno a fare di peggio, ma a barbarie si sostituì altra barbarie, e colorare di rosa un passato “mitico” e ricco di monumenti (per la nobiltà) non aiuta a comprendere cosa realmente successe.

Patrioti e padani

Allo stesso modo non possiamo rispondere al razzismo demagogico della Lega, come anche a sinistra si fa, con un rilancio di patriottismo, magari benedetto da Saviano e Fazio con il tricolore in prima serata.

E la Federazione della sinistra non è immune da questo se con una nota del 16 febbraio sul sito del Pdci si proponeva:

“una grande manifestazione unitaria da tenersi il 17 marzo, giorno del 150° dell’unità d’Italia. è la proposta che Oliviero Diliberto, al termine della riunione del Coordinamento nazionale della Federazione della sinistra, avanza a tutte le forze democratiche, a tutti gli uomini e le donne che si battono perché l’Italia sia unita, democratica, repubblicana.

Ovviamente, il fine è sempre lo stesso, la grande alleanza con la borghesia “buona” (vi ricordate di Marchionne?) per cacciare Berlusconi: “è necessario – afferma il portavoce nazionale della Federazione della sinistra – contrapporre allo sfascio, all’illegalità, a quella sorta di operetta a puntate che è il governo Berlusconi, il desiderio di coesione, di valori comuni, di ricostruzione unitaria che anima la maggior parte dei cittadini italiani”. (dal sito web del Pdci).

Ora, la curiosità è capire se il governo Berlusconi, dopo aver proclamato festività nazionale il 17 marzo sia all’interno o no dei valori comuni di cui Diliberto si dichiarava difensore. Oltretutto, da sardo, il segretario del Pdci dovrebbe anche avere esperienza di cosa ha significato quel tipo di unità per i pastori dell’isola, o di cosa era l’Italia per chi ha sperimentato la disciplina della casta militare sul fronte orientale nella Grande Guerra, come raccontato da Emilio Lussu. O ancora cosa vuol dire oggi l’Italia unita, democratica e repubblicana per Bruno Bellomonte, ferroviere e indipendentista sardo incarcerato da oltre un anno senza capi d’accusa se non una fumosa attribuzione di atti terroristici.

Il richiamo al patriottismo, una riedizione farsesca della “via italiana al socialismo” di togliattiana memoria, cozza contro le migliori tradizioni internazionaliste del movimento operaio del nostro paese, trascurate a favore di una retorica tricolore che è speculare ed opposta alla Lega Nord.

L’opposizione al federalismo non può essere limitata a una difesa dell’ordine esistente, senza parlare della necessità di un piano generale del lavoro e dell’occupazione per il Mezzogiorno, della sanità pubblica e dell’istruzione per tutti, dell’esigenza per ogni militante comunista di combattere le mafie, vero strumento, questo sì unitario, per la borghesia del Nord e del Sud (i soldi, come dimostrato anche dai proficui rapporti della ‘ndrangheta in Lombardia, non sembrano essere meno graditi da qualche esponente “padano” della prima ora).

I comunisti e le comuniste devono mantenere una posizione di classe, senza declinazioni “unitariste” o scendere sul terreno “padano” o “neoborbonico”: per gli internazionalisti non c’è né il verde, né il tricolore, ma il colore rosso della rivoluzione.

Da “marxismo.net”

Arabia Saudita, Bahrein, Yemen: la rivoluzione avanza.

Manifestazioni previste nelle principali città dei tre Paesi per chiedere riforme e rovesciare i regimi al potere da decenni – Un nuovo venerdì di protesta in Bahrein, Arabia Saudita e Yemen. L’appuntamento è previsto al termine della preghiera del venerdì.

In Bahrain, in particolare, i manifestanti hanno invitato la popolazione a scendere in strada oggi per chiedere la deposizione della dinastia Al Khalifa, minoranza sunnita che domina un Paese a maggioranza sciita da circa due secoli. Finora le proteste sono state represse duramente, con un bilancio delle vittime che parla di oltre 12 morti e mille feriti.

In Arabia Saudita è prevista una marcia con decine di migliaia di persone che sfideranno il bando contro le contestazioni di piazza. Anche ieri oltre quattromila manifestanti di Qatif, nell’est del Paese, hanno chiesto al governo riforme e il rilascio dei prigionieri politici. Oggi, invece, chiederanno al proprio esecutivo di ritarare le truppe dal Bahrein.

Anche in Yemen nuove manifestazioni per chiedere le dimissioni del presidente Ali Abdullah Saleh, sostenuto dagli Stati Uniti e al potere da trentadue anni. Sabato tredici manifestanti anti-governativi sono stati uccisi nel Paese nel corso di scontri con le forze del regime. È da febbraio che sono in corso manifestazioni anti-Saleh nello Yemen. Le concessioni del presidente, tra cui la promessa di non ricandidarsi nel 2013 e di riforma costituzionale, non sono riuscite a placare gli oppositori.

da Peace reporter

J.

Anche a Ferrara in piazza contro la guerra in Libia

Fra i vinti la povera gente/faceva la fame. Fra i vincitori/faceva la fame la povera gente egualmente”. È un passo di Brecht, che è stato citato ieri da Luca Greco, educatore comunale attivo nel Coordinamento Istruzione Pubblica, uno dei pacifisti scesi in piazza Trento Trieste, intorno alle 16 di sabato 2 aprile, per partecipare alla manifestazione indetta da Emergency e sostenuta da una piattaforma complessiva di organizzazioni che ha riunito insieme, sotto il vessillo arcobaleno, partiti, sindacati e associazioni civili.

Nel pieno dell’intervento Nato in Libia, l’appello alla base di questa iniziativa è stato lanciato da Gino Strada (sul sitowww.dueaprile.it), che ribadisce al Governo il rispetto dell’articolo 11 della Costituzione, “L’Italia ripudia la guerra”. Un appello, che è già stato sottoscritto da 20mila persone, tra cui noti esponenti della cultura.

Da Ferrara, intorno alle 7 di ieri mattina, è partito un pullman di manifestanti che hanno preso parte al presidio in piazza Navona.

A Ferrara, davanti alla libreria Melbook, all’ombra delle bandiere della pace, finte pompe di benzina portavano i loghi delle maggiori società petrolifere – Eni, Shell, Esso, Total – e, a fianco, i ‘numeri’ del conflitto libico: 450mila profughi, 15mila tonnellate di esplosivi, 10mila vittime, 1.700.000 euro il costo giornaliero della guerra per l’Italia. Tutt’attorno, sagome sparse sui sampietrini della piazza, “a ricordare coloro che hanno perso la vita in questi giorni”, ha spiegato Irene Bregola (Prc-Pdci). Musica, aperta da una canzone dei Baustelle, a richiamare l’attenzione dei cittadini e turisti.

“I pacifisti non sono tornati, perché non sono mai spariti – ha esordito Marzia Marchi (Rete Lilliput) –: l’agire quotidiano, nelle battaglie contingenti in cui si afferma l’idea di bene comune, vanno infatti sempre in direzione della pace. Dall’11 settembre 2001 siamo in piazza per sperare che si muova qualcosa: in Libia – ha continuato Marchi – è l’ennesimo fronte che si apre e non si sa quando si chiuderà, come in Iraq e in Afghanistan. Questo perché ci sono in gioco interessi potenti: senza contare che Gheddafi è stato armato dalle potenze europee, in primis l’Italia: questa è la grandissima ipocrisia”.

Ipocrisia, contraddizione, scandalo: sono queste le parole che risuonano nella dichiarazione di Francesca Di Vece, volontaria di Emergency: “Armare un dittatore e combattere insieme ai ribelli: ancora una volta diciamo ‘no’ alla guerra in tutte le sue manifestazioni. Emergency promuoverà sempre una cultura di pace – ha ribadito Di Vece – , che ce n’è più che mai bisogno”. Le perplessità verso questo conflitto sono tante: “ci viene detto che si aiuta la popolazione che si ribella alla repressione. Noi però – ha ritenuto la referente di Emergency – siamo convinti che non sia la guerra il modo giusto per affrontare la situazione, perché non potrà mai essere né perfetta né chirurgica. Occorre risolvere i problemi attraverso le vie diplomatiche e la politica”.

“Interessi economici”, è la questione al centro della condanna sostenuta da più fronti: “Un tempo – ha dichiarato Stefano Calderoni, capogruppo provinciale Fds – questo conflitto sarebbe stato chiamato ‘guerra imperialista’. Noi oggi siamo in piazza per denunciare che, probabilmente, dietro a questa operazioni belliche, in realtà ci siano interessi delle compagnie petrolifere: non è un caso se molti governi stanno già trattando con i ribelli, per cercare di garantirsi le forniture di petrolio e gas”.

“La pace si porta con strumenti di pace – ha sintetizzato Daniele Civolani, presidente Anpi -: siamo il frutto di persone costrette a prendere le armi, noi non vogliamo che nessun altro lo debba più fare. Pertanto riteniamo che l’Italia debba ritirarsi e usare strumenti di pace, perché con i fucili si porta solo altra guerra, lutti e spese, nonché il sospetto che tutto ciò serva a qualcuno per far più soldi di quelli che già ha. L’Italia – ha sostenuto Civolani – invii in Libia maestri, infermieri, medici, geometri: occorre aiutare la gente a crescere culturalmente, nella civiltà, nell’igiene, nella salute. Dopo verrà la possibilità dell’autodeterminazione”.

Dello stesso parere Pietro Comodo (Sel): “Non possiamo accettare una dichiarazione di ‘guerra umanitaria’, perché è una enorme contraddizione in termini. Occorre mettere in campo un altro pensiero, opporsi a tutte le iniziative belliche e avviare missioni umanitarie. Dobbiamo lavorare da subito – ha aggiunto Comodo – per soccorrere e accogliere i profughi”.

“La soluzione migliore – ha considerato Bregola – sarebbe realizzare una sorta di interposizione pacifica, che promuoviamo da tempo in tutti i contesti particolarmente delicati. Certo è che bisognerebbe giocare d’anticipazione. Il problema – ha evidenziato la consigliera Prc-Pdci – sta nel fatto che questi contesti vengono puntualmente dimenticati fino a che non si prospettano occasioni economiche, per le quali si ricorre al massimo della violenza”.

Greco del Cip ha garantito: “Con i nostri allievi, promuoveremo come sempre la capacità di relazionarsi con l’altro, sia esso straniero o disabile: dobbiamo costruire un mondo più accogliente, in cui i nostri bambini imparino a pensare escludendo la guerra dal loro orizzonte”.

Questa è la prima mobilitazione di una probabile serie di iniziative di denuncia del dramma dei profughi: “Con i movimenti – ha fatto sapere Calderoni – cercheremo di organizzare eventi che abbiano come obiettivo la creazione di una consapevolezza tra i cittadini. Ciò perché oggi – ha attaccato il vertice Fds – Berlusconi sta usando Lampedusa come strumento per giustificare la propria politica razziale nei confronti dei popoli nordafricani”.

Per il momento, Calderoni ha annunciato che il prossimo lunedì 11 aprile, presso la Sala del Borgonuovo, è previsto un dibattito sulla guerra in Libria dal titolo “Rivolta in Nord Africa: scenari e prospettive” che vedrà gli interventi di Fabio Amato e Lapo Pistelli, rispettivamente responsabili esteri di Prc e Pd.

All’iniziativa, di cui si è fatta promotrice Emergency, hanno aderito a Ferrara: Anpi, Fiom-Cgil, Cip, Collettivo Pachamama, Giovani Comunisti/e, Grilli Estensi, Gente di Sinistra, Rete Lilliput Ferrara, Usb, Alternativa, Flc-Cgil, Segreteria Fp-Cgil, Filt-Cgil, Fisac-Cgil, Usb-Scuola, Prc-Fds, Pdci-FdS, Sel, La Fabbrica di Nichi.

 

 

 

 

da estense.com

 

Vittorio non è mai stato così vivo come ora

Bisogna morire per diventare un eroe, per avere la prima pagina dei giornali, per avere le tv fuori di casa, bisogna morire per restare umani? Mi torna alla mente il Vittorio del Natale 2005, imprigionato nel carcere dell’aeroporto Ben Gurion, le cicatrici dei manettoni che gli hanno segato i polsi, i contatti negati con il consolato, il processo farsa.  E la Pasqua dello stesso anno quando, alla frontiera giordana subito dopo il ponte di Allenbay, la polizia israeliana lo bloccò per impedirgli di entrare in Israele, lo caricò su un bus e in sette, una era una poliziotta, lo picchiarono «con arte», senza lasciare segni esteriori, da veri professionisti qual sono, scaraventandolo poi a terra e lanciandogli sul viso, come ultimo sfregio, i capelli strappatagli con i loro potenti anfibi.

Vittorio era un indesiderato in Israele. Troppo sovversivo, per aver manifestato con l’amico Gabriele l’anno prima con le donne e gli uomini nel villaggio di Budrus contro il muro della vergogna, insegnando e cantando insieme il nostro più bel canto partigiano: «O bella ciao, ciao…»

Non vidi allora televisioni, nemmeno quando, nell’autunno 2008, un commando assalì il peschereccio al largo di Rafah, in acque palestinesi e Vittorio fu rinchiuso a Ramle e poi rispedito a casa in tuta e ciabatte. Certo, ora non posso che ringraziare la stampa e la tv che ci hanno avvicinato con garbo, che hanno «presidiato» la nostra casa con riguardo, senza eccessi e mi hanno dato l’occasione per parlare di Vittorio e delle sue scelte ideali.

Questo figlio perduto, ma così vivo come forse non lo è stato mai, che come il seme che nella terra marcisce e muore, darà frutti rigogliosi. Lo vedo e lo sento già dalle parole degli amici, soprattutto dei giovani, alcuni vicini, altri lontanissimi che attraverso Vittorio hanno conosciuto e capito, tanto più ora, come si può dare un senso ad «Utopia», come la sete di giustizia e di pace, la fratellanza e la solidarietà abbiano ancora cittadinanza e che, come diceva Vittorio, «la Palestina può anche essere fuori dell’uscio di casa». Eravamo lontani con Vittorio, ma più che mai vicini. Come ora, con la sua presenza viva che ingigantisce di ora in ora, come un vento che da Gaza, dal suo amato mar Mediterraneo, soffiando impetuoso ci consegni le sue speranze e il suo amore per i senza voce, per i deboli, per gli oppressi, passandoci il testimone. Restiamo umani.

 di  Egidia Beretta Arrigoni da Il Manifesto, 17/04/2011

Nasce a Ferrara la sezione Anpi ‘Vittorio Arrigoni’

Il 25 aprile si è ufficialmente costituita a Ferrara la sezione Anpi dedicata a Vittorio Arrigoni, il giovane pacifista assassinato a Gaza.

Diceva Gramsci: “Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”. “Queste parole – spiega l’Associazione partigiani d’Italia provinciale – chiarificano le motivazioni per le quali nasce la sezione e le ragioni per cui viene intitolata a Vittorio: se essere partigiani significa scegliere da che  parte stare, decidere di difendere i diritti degli ultimi tentando di dare voce a chi non ha voce, allora Vittorio è stato sicuramente un partigiano”.

La sezione, attraverso al costruzione di iniziative pubbliche, si pone l’obiettivo di sensibilizzare la cittadinanza sulle tematiche dell’antifascismo e della repressione, cercando di portare avanti gli ideali di pace, di solidarietà e di giustizia che animarono i partigiani e lo stesso Vittorio.

L’attivista International Solidarity Movement era stato ricordato nel giorno della commemorazione del 25 Aprile proprio dal palco di piazza Trento Trieste da Daniele Civolani, presidente dell’Anpi provinciale, che ne aveva ricordato lo slogan “Restiamo umani!”, per esortare a “progettare la pace prima che scoppi la guerra.

da Estense.com

L’assassinio di Bin Laden – terrorismo e terrorismo di stato   

Scritto da Alan Woods

All’alba di lunedì 2 maggio, Osama Bin Laden è stato trovato assassinato dalle Forze speciali americane. Bin Laden, 54 anni, era fondatore e leader di al-Qaeda. è stato ucciso insieme a suo figlio Khalid, al corriere personale di fiducia Sheikh Abu Ahmed, al fratello del corriere e ad una donna non identificata.

Osama Bin Laden ha catturato l’attenzione del mondo l’11 settembre 2001, quando gli attacchi terroristici agli Stati Uniti uccisero più di 3mila persone, ferendone altre centinaia. Per oltre un decennio le forze statunitensi hanno dato la caccia a quest’uomo nelle grotte delle zone sperdute dell’Afghanistan. Alla fine il tanto temuto leader di al-Qaeda ha trovato la morte in un calmo quartiere della tranquilla località collinare di Abbottabad nel nord-est del Pakistan.

I residenti hanno detto alla Bbc che dovendo immaginare quale casa della zona avrebbe potuto essere oggetto di un attacco, avrebbero pensato proprio al sicuro compound (letteralmente: edificio recintato, ndt) privato, protetto da filo spinato i cui furtivi abitanti si vedevano e sentivano raramente. Le misure di sicurezza applicate al compound sono state definite “straordinarie” dai portavoce americani. Era grande circa 2.500 metri quadri e circondato da muri alti più di quattro metri, in modo che nessuno potesse vedere cosa succedeva al suo interno.

L’enorme edificio a tre piani al centro del compound era circondato da alti muri e protezioni e aveva pochissime finestre. Al secondo piano c’era un muro per la protezione della privacy alto più di due metri. I muri erano sovrastati da filo spinato e provvisti di telecamere. Non c’erano telefoni o connessioni internet in funzione nell’edificio. I suoi occupanti erano così attenti alla sicurezza che bruciavano la spazzatura anzichè lasciarla fuori per la raccolta.
Nessuno sembra sapere quando fu costruito questo compound, ma l’ipotesi condivisa è che abbia tra i 10 e i 12 anni. Secondo il New York Times, gli ufficiali americani pensavano che l’edificio fosse stato costruito nel 2005. Ci sono fonti che citano ufficiali dei servizi segreti americani che dicevano che la casa era stata costruita apposta per alloggiare un esponente di spicco del terrorismo.

Quando i lavori furono iniziati si pensava che l’edificio sarebbe stato abbastanza isolato. Ma mano a mano che sempre più persone si trasferivano nella zona, la sua privacy veniva compromessa. L’assenza di qualsiasi segno di attività domestiche, giochi di bambini o uscite per andare a fare la spesa suscitò la curiosità dei vicini.

Una nullità di mezz’ètà, un fallimento politico superato dalla storia – dai milioni di arabi in lotta per la libertà e la democrazia nel Medio Oriente – è morta ieri in Pakistan. E così il mondo ha perso la testa. (Robert Fisk, 3 maggio 2011)

Le persone che vivono nelle vicinanze dicono che raramente hanno visto più di due o tre persone attorno alla casa. Di tanto in tanto entravano e uscivano dal compound veicoli con vetri anti-proiettili. In queste occasioni i cancelli venivano aperti e chiusi immediatamente dopo il passaggio, non c’erano contatti con il vicinato, che non aveva idea di chi vivesse nel misterioso compound ma aveva la sensazione che si trattasse di un posto pericoloso, meglio da evitare.

Sembra che agenti dei servizi segreti americani siano stati sulle orme di uno dei corrieri di Bin Laden, un protetto del prigioniero comandante di al-Qaeda Khalid Sheikh Mohammed. Si presume che lo pseudonimo del corriere sia stato svelato agli americani durante gli interrogatori dei prigionieri di Guantanamo. è stato uno dei pochi corrieri di cui Bin Laden si fidava completamente che ha aiutato il leader di al-Qaeda a mantenere i contatti con il resto del mondo. Questo probabilmente li ha portati all’ultimo nascondiglio di Bin Laden.

Ma l’ex ufficiale in campo della Cia Bob Baer ha dichiarato alla Bbc di essere scettico sulle affermazioni secondo le quali Bin Laden sarebbe stato rintracciato attraverso un corriere. “I servizi segreti come la Cia e i militari statunitensi semplicemente metteranno in giro informazioni false per proteggere le vere fonti, che non potrebbero essere altro che intercettazioni dello stesso governo pakistano”, queste le sue parole. Gli sforzi straordinari di Washington per tenere Zardari e il suo governo alla larga da questa azione suggeriscono che Baer possa aver ragione.

“Un raid chirurgico”

L’ordine di missione alla fine è stato dato dal presidente Obama venerdì scorso, dopo aver tenuto cinque riunioni del Consiglio nazionale di sicurezza tra marzo e aprile. L’attacco è stato sferrato in piena notte, con elicotteri staunitensi che, volando bassi per evitare di essere rilevati dai radar pakistani, hanno fatto irruzione nel super-presidiato compound. Il primo segno dell’attacco è stata una massiccia esplosione: un’enorme fiammata è schizzata verso il cielo dalla casa e poco dopo tutto sembrava essere finito. La rapidità dell’attacco e il suo esito mortale suscita più di qualche domanda.

L’operazione, cominciata alle 22:30 circa (17:30 ora inglese) e durata solamente 45 minuti circa, è stata condotta da una squadra speciale composta tra i 20 e i 25 Navy Seal americani (forze speciali, Ndt). Due o tre elicotteri sono stati visti volare basso sull’area, provocando il panico tra gli abitanti della zona. Gli elicotteri, arrivati dai cieli afghani, sono atterrati al di fuori del compound e i commando ne sono saltati fuori.

Poco dopo i residenti hanno detto di aver sentito spari e rumori di armi da fuoco pesanti. Ad un certo punto delle operazioni un elicottero è precipitato al suolo, o per problemi tecnici o a causa di un colpo di arma da fuoco. Ma sembra che nessuno dei membri del commando americano sia stato ferito. Ciò suggerisce che chi attaccava aveva il vantaggio dell’effetto sorpresa e chi è stato attaccato è stato preso completamente in contropiede, probabilmente seduto sugli allori di un ingannevole senso di sicurezza per le misure di difesa apparentemente invulnerabili.

Ma non c’è forse un’altra, più importante ragione per questa debole azione di resistenza? Questa guardia mantenuta ai minimi non è forse il risultato della fiducia che sentivano nella protezione da parte dell’esercito e dell’Isi (servizi segreti pakistani, Ndt)? Questi ultimi anno nascosto e protetto Bin Laden per anni, come una madre iper-protettiva che gelosamente protegge il suo piccolo viziato. Se ci fosse stato il benchè minimo segnale di pericolo da qualsiasi parte, avrebbero immediatamente avvisato il loro alleato prediletto saudita e messo in campo azioni per trasferirlo.

La ragione per cui gli americani non riuscivano a trovare Bin Laden è stata la resistenza da parte dell’Isi, il braccio dell’apparato militare pakistano addetto alle operazioni di intelligence, che rivendicava la direzione dell’operazione. In realtà voleva nascondere il fatto che stava proteggendo i dirigenti di al-Qaeda e i talebani. Alla fine gli americani si sono stancati di questo gioco, “Non dico che siano ai vertici, ma credo che da qualche parte in questo governo ci siano persone che sanno dove sia Osama Bin Laden e al-Qaeda”, ha detto il segretario di Stato americano Hillary Clinton a maggio del 2010.

Andrew Card, ex capo dello staff del presidente Bush, ha dichiarato alla Bbc News: “I servizi segreti si sono presi gioco di noi in più occasioni. Abbiamo pensato di essere vicini a catturarlo. Un paio di volte abbiamo pensato di stare finalmente per riuscirci, ma alla fine non ce l’abbiamo fatta”. Anche dopo che era stata identificata e localizzata una figura storica di al-Qaeda, spesso ci sono volute settimane per ottenere dal governo pakistano l’autorizzazione per un attacco aereo. è proprio questa la ragione per la quale gli Usa hanno tenuto segreta ai pakistani la missione e spiega anche perchè il successo è stato così schiacciante, senza un solo soldato americano ucciso.

Ufficiali americani hanno descritto l’operazione come un “raid chirurgico”. Hanno detto che sono stati uccisi tre maschi adulti, compreso il figlio di Bin Laden. Ma hanno aggiunto che è stata uccisa anche una donna, usata probabilmente come scudo. è quello che abitualmente viene riportato come “effetto collaterale”, come quando pochi giorni prima, la Nato aveva bombardato e ucciso truppe libiche ribelli a Misurata.

“Vivo o morto”?

Il 18 settembre 2001, George W. Bush, che ha chiaramente visto troppi film western con John Wayne, fece la famosa dichiarazione in cui disse che il braccio lungo degli Usa avrebbe preso Bin Laden “vivo o morto”. Quell’affermazione si è dimostrata corretta al 50%. è molto chiaro che gli uomini mandati a “prendere” la loro preda non avevano alcune intenzione di catturarla viva.

Quando le forze statunitensi riuscirono finalmente a catturare Saddam Hussein, non hanno esitato ad esporlo come una bestia in gabbia, sottoponendolo ad ogni possibile umiliazione, persino l’analisi dell’arcata dentale davanti alle telecamere. Lo hanno processato, nonostante si sapesse già quale sarebbe stata la sentenza. Ciò faceva parte di una eccezionale operazione di propaganda. Perchè allora non hanno fatto altrettanto con Bin Laden?

John Brennan ha riferito ai reporter che la squadra del commando era “capace e preparata” a prendere Bin Laden vivo “se questo non avesse opposto alcune minaccia”. Si suppone che il leader di al-Qaeda si sia rifiutato di arrendersi e che quindi sia stato ucciso in uno scontro a fuoco in cui è stato colpito due volte alla testa.

Il leader di al-Qaeda aveva chiaramente la pelle più dura di Saddam Hussein ed è molto probabile che si sia rifiutato di arrendersi e abbia lottato fino alla fine. Cosa avrebbe guadagnato arrendendosi allo stesso destino di Saddam Hussein? Ma se è stato sorpreso nel sonno in piena notte, come era possibile una resistenza armata? In ogni caso, è chiaro che gli assalitori non gli hanno dato alcuna possibilità di resa.

Bin Laden è stato colpito sopra l’occhio sinistro, facendo saltare parte del cranio, ed è stato colpito anche al petto. Il suo corpo è stato quindi trasferito in elicottero in Afghanistan prima di essere sepolto in mare “con un rito religioso secondo la tradizione islamica”. Ufficiali Usa hanno detto che questo avrebbe evitato che la sua tomba diventasse un santuario. Ma la fretta ingiustificata con cui si sono sbarazzati del corpo suggerisce che il motivo sia un altro.

In modo macabro, sembra che l’intera operazione sia stata seguita in tempo reale alla Casa Bianca da Obama e dalla sua squadra di sicurezza nazionale in ciò che Brennan ha definito come “probabilmente uno dei momenti più angoscianti” nella vita di chi guardava. Quando i colpi mortali sono stati sparati Obama ha detto: “Lo abbiamo beccato”. Questo è il linguaggio infantile e neanche molto colto, come di un bambino che sta giocando ad un videogame.

“Quando alla fine siamo stati informati che le persone sono state in grado di entrare nel compound e trovare un individuo che si supponeva essere Bin Laden, c’è stato un grosso sospiro di sollievo” ha detto. C’è una buona ragione per la quale la morte di un uomo dovrebbe provocare questa reazione.

Il problema è semplice: Bin Laden sapeva troppo. Se fosse stato processato, avrebbe senza dubbio svelato il ruolo della Cia nel sostenere al-Qaeda e i talebani. è un segreto di Pulcinella il fatto che la Cia ha giocato un ruolo attivo nell’armare e nell’addestrare i fondamentalisti, compreso Bin Laden. Doveva essere messo a tacere, ed l’hanno fatto.

Il coinvolgimento dell’Isi

L’attacco ha sfatato una volta per tutte il mito della “sovranità nazionale”. è stato condotto senza che il governo pakistano ne fosse a conoscenza o avesse dato l’autorizzazione a procedere. Sia i pakistani che gli Usa hanno detto che il Pakistan non è stato avvisato del raid in anticipo. John Brennan, consigliere per l’anti-terrorismo del presidente Obama, ha detto che “ciò è stato pensato per minimizzare le possibilità di pestarsi i piedi con le forze pakistane”.

In realtà, hanno lasciato i pakistani all’oscuro perchè sapevano che l’informazione sarebbe passata immediatamente a Bin Laden attraverso l’Isi. Dopo l’attacco degli americani sono arrivate sulla scena truppe pakistane che hanno circondato la zona per impedire l’accesso al compound ed evitare che potesse essere sollevato alcun dubbio.

La prima domanda è: com’era possibile per l’uomo più ricercato del mondo vivere in un compound fortificato ai margini di una cittadina in cui vivono ufficiali dell’esercito in pensione e uomini d’affari, a fianco di un’accademia militare? Il compound si trova infatti a poche centinaia di metri dall’Accademia militare pakistana, un centro di addestramento d’elite, l’equivalente pakistano del Sandhurst britannico o del West Point statunitense. Il capo dell’esercito pakistano visita regolarmente l’accademia dove prende parte alle cerimonie di laurea.

Inoltre, il compound si trova all’interno del quartiere militare di Abbottabad che è sottoposto a rigidi controlli da parte dell’esercito e dei servizi segreti. Chiunque voglia costruire o abitare in quest’area dovrebbe superare una serie di controlli da parte di queste istituzioni. Tutta la zona ha una costante e cospicua presenza militare e posti di blocco. è impensabile che Bin Laden e i suoi sostenitori armati potessero occupare una residenza in un posto così senza che i vertici dell’esercito e i servizi segreti pakistani lo sapessero e acconsentissero.

Per decenni l’esercito e lo stato pakistano hanno portato avanti intrighi in Afghanistan con l’intenzione di portarlo il paese sotto il loro controllo, in linea con la cosiddetta teoria della “difesa capillare”. Considerano l’India come il principale nemico e si stanno preparando alla prossima guerra con il potente stato confinante, che ha una popolazione più numerosa, una base industriale più forte e un territorio più esteso. L’idea è di legare l’Afghanistan al Pakistan, in modo che in caso di guerra con l’India possa rappresentare un retroterra per il Pakistan. Questa idea è diventata un’ossessione per i vertici dell’esercito pakistano e soprattutto per l’Isi.

Ma in ballo ci sono interessi ben più sostanziali della strategia militare o del Corano.L’Isi è strettamente legato alla mafia che controlla i traffici di droga afghani e pakistani e gestisce grosse somme di denaro sporco. Questi elementi loschi sono a loro volta legati ai talebani e ai gruppi terroristici a loro associati.

Ora, se non già in precedenza, è perfettamente chiaro che l’esercito pakistano era coinvolto ai suoi più alti livelli, e particolarmente il famoso Isi, che per anni ha portato avanti le sue attività in Afghanistan e si comporta come uno Stato nello Stato. Tramite una corruzione pervasiva e corrosiva e la generosa elargizione del denaro proveniente dai traffici di droga, i tentacoli dell’Isi si sono estesi ovunque nello Stato e nel governo.

La scoperta che Bin Laden vivesse in un enorme compound costruito apposta per lui e fortificato ad Abbottabad vicino all’Accademia militare pakistana, probabilmente già dal 2005, ha confermato i sospetti americani che l’Isi foraggiasse Bin Laden. L’assordante silenzio dai servizi di sicurezza pakistani è la prova più schiacciante di ciò e avrà pesanti implicazioni per i futuri rapporti tra Usa e Pakistan.

Tuttavia nonostante tutto, sono legati come gemelli siamesi: la convivenza non è molto agevole ma non ci sono alternative a doverla sopportare. è per questo che, nonostante le grida allo scandalo negli Usa sul ruolo del Pakistan, entrambe le parti sono state molto caute su quello che da dire l’una sul conto dell’altra. Gli americani hanno bisogno dei pakistani per combattere la guerra in Afghanistan. E Zardari ha bisogno di Washington per mantenere l’economia (e il governo) a galla.

Gli effetti in Pakistan

Ecco perchè gli americani insistono così tanto sul fatto che i pakistani non erano coinvolti, perchè sono preoccupati di una possibile risposta violenta. Tuttavia finora la risposta della piazza è stata silenziosa, solo alcuni presidi dei fondamentalisti organizzati qua e là: in Pakistan la gente è ancora stordita dalla notizia dell’attacco e trovano difficile metabolizzare il fatto che Osama vivesse fra di loro.

Naturalmente sta venendo fuori ogni tipo di teoria dietrologica, come sempre succede dopo fatti come questi. Alcuni dubitano addirittura che l’arcinemico degli Usa sia stato ucciso: ciò dipende dal fatto che gli Usa avevano annunciato la morte di Bin Laden in più di una occasione e la scomparsa del corpo aumenta questo clima di sospetto. Gli Usa hanno detto che è stato girato un video dei funerali di Bin Laden ma non hanno ancora chiarito se esso o se le foto del corpo di Obama saranno mai rese pubbliche.

Fino a quando non lo faranno, tutti i tipi di teorie bizzarre continueranno a circolare, ma non ci sono ragioni credere che questa sia l’ennesima messinscena creata dal Pentagono o dalla Casa bianca. Washington aveva tutte le ragioni per portare a compimento il suo piano di assassinare Bin Laden, come aveva tutte le ragioni per disfarsi del corpo.

Zardari ha affermato che sebbene i due paesi non abbiano collaborato nell’operazione, “un decennio di cooperazione e partenariato tra Usa e Pakistan ha portato all’eliminazione di Bin Laden come minaccia costante al mondo civilizzato”. Ma non ha fornito alcuna spiegazione sul perché Bin Laden potesse vivere comodamente in Pakistan. Ha solo aggiunto “Non era in nessun posto ove avevamo previsto potesse essere”

Il governo pakistano si trova ora in una posizione molto difficile. Da un lato l’opinione pubblica è arrabbiata per questa violazione così sfacciata della sovranità nazionale. Dall’altra gli Stati uniti sono ancora più arroganti di prima e stanno chiedendo di sapere se altri ricercati abbiano trovato rifugio sul territorio pakistano.

Anche il Presidente pakistano Asif Ali Zardari si trova in una posizione molto difficile dopo gli ultimi avvenimenti. Ha negato che l’assassinio di Osama Bin Laden nel suo paese potesse rappresentare la prova del suo fallimento di combattere il terrorismo. In un articolo sul Washington Post Zardari ha detto che il suo paese è stato “forse quello più colpito dal terrorismo”. Tuttavia funzionari del governo Usa hanno detto che Bin Laden doveva possedere un sistema di appoggio in Pakistan ed anche un cieco può capire che era così.
Nel suo articolo sul quotidiano americano, Zardari ha detto che il Pakistan “non è mai stato nè mai sarà il centro del fanatismo come descritto dai media”,. Per una volta possiamo essere d’accordo con lui, l’appoggio ai fondamentalisti è stato molto esagerato dai media occidentali, come sottolineato da Lal Khan nel suo articolo Fondamentalismo religioso e media occidentali: amici o nemici?

“La loro retorica antiamericana non è mai stata in grado di guadagnare grande appoggio tra i lavoratori e le masse di poveri. Ciò nonostante l’odio furioso nei confronti dell’aggressione imperialista vara la grande maggioranza delle masse. La maggior parte dei giovani che si recano alle manifestazioni provengono dalle madrasa (le scuole coraniche, ndt) e non sanno molto di quello che succede nel mondo.

A livello elettorale hanno subito insuccessi avvilenti. Solo nel 2002 hanno ottenuto l’11% dei voti ma ciò è stato raggiunto grazie ai brogli operati dall’apparato dello stato che li volevano utilizzare per alzare il prezzo nei confronti dell’imperialismo. Perfino alcuni attentati terroristici sono stati probabilmente orchestrati con lo stesso proposito.”

Zardari dice agli americani “La guerra al terrorismo importa al Pakistan tanto quanto gli Stati Uniti.” Ma la cosiddetta guerra al terrore ha portato solo miseria e morte alla popolazione pakistana. “Sono morti più soldati pakistani di tutti quelli della coalizione Nato sommati assieme. Duemila poliziotti, 30mila civili: un’intera generazione di progresso sociale per il nostro popolo è andata perduta.” scrive.

L’attuale governo ha mostrato una dipendenza totale rispetto all’imperialismo come mai si era visto nel passato. Anche Musharraf era più indipendente rispetto a Zardari e alla sua cricca. Come risultato, il Pakistan ha visto una crescita degli attentati terroristici, che oggi sono più frequenti del totale combinato di Iraq e Afghanistan.

Gli effetti negli Usa

L’effetto immediato negli Usa è stato di euforia. Quando la notizia è stata annunciata nella notte di domenica, abbiamo assistito a scene di giubilo a Washington, New York e nel resto degli Stati uniti. La gente si è recata nei pressi di Ground Zero per dimostrare la loro gioia all’eliminazione dell’uomo che si crede abbia ordinato gli attentati dell’11 settembre, come pure un’altra serie di attentati terroristici. Un manifestante ha detto “ forse ora possiamo chiuderla qui e ritirarci dall’Iraq” sotto la sottile patina di fervore patriottico queste parole tradiscono l’insoddisfazione che cova sotto la superficie rispetto alle avventure militari Usa, ed un desiderio di pace.

“Riposa in pace, Osama! Ci mancherai!”

Il Presidente ha ringraziato gli eroi che hanno compiuto la missione e in un discorso ai leaders del congresso ha chiesto di mostrare “lo stesso senso di unità che ha prevalso dopo l’11 settembre.” ma questo è un pio desiderio. La società americana non è mai stati così divisa dal tempi della Guerra civile. A breve termine, Obama godrà di questo successo che potrebbe anche contribuire alla sua elezione, ma non è affatto certo. L’euforia per la morte di Bin Laden passerà, gli effetti della crisi economica no.

L’euforia delle ultime 24 ore non ha alcuna base solida. La situazione esplosiva su scala mondiale non è stata creata da Bin Laden o da Al Qaeda. Al contrario, questi ultimi sono il suo riflesso e la morte di un uomo non cambierà nulla di sostanziale. Al contrario farà crescere un desiderio di vendetta che diverrà il punto di partenza per nuove violenze terroriste.

Obama ha salutato la morte di Bin Laden come un “bel giorno per l’America” e ha aggiunto che oggi il mondo è un luogo migliore e più sicuro. Questa valutazione è sbagliata e infatti nello stesso discorso ha avvertito che la minaccia di attentati terroristici non è affatto finita. Proprio considerando la possibilità di rappresaglie le misure di sicurezza sono aumentate davanti alle ambasciate e negli aeroporti e gli Usa hanno chiuso ambasciate e consolati in Pakistan Il mondo è oggi un posto meno sicuro e più pericoloso rispetto a due giorni fa.

Il peso reale di Al Qaeda

Per conseguire i suoi obiettivi l’imperialismo ha sempre bisogno di creare un mostro, un nemico sinistro da demonizzare, esagerando i crimini e atrocità degli altri per giustificare la perpetrazione dei propri, spesso molto più grandi. Nel passato c’era il “pericolo giallo” e poi quello “rosso”, più di recente ci sono stati Al Qaeda e i talebani. Il nome cambia ma la sostanza rimane la stessa.

Nell’ultimo decennio i mass media hanno costruito in maniera sistematica l’immagine di una bestia mitologica chiamata Al Qaeda, un’organizzazione internazionale ultracentralizzata e fanatica che aveva come obiettivo la distruzione della civiltà occidentale. In realtà Al Qaeda è sempre stata una piccola organizzazione con un seguito marginale nel mondo islamico.

Dopo la loro principale impresa – l’attentato al World trade center a New York – ha ricevuto un colpo dopo l’altro ed ha cominciato il suo declino. Se una tale organizzazione centralizzata è mai esistita si è estinta da tempo lasciando il campo ad una miriade di piccoli gruppi nei diversi paesi che perseguono propri obiettivi. Bin Laden da tempo aveva abbandonato ogni attività pubblica relegando le sue apparizioni a video mal registrati.

Dal punto di vista dell’imperialismo la lotta contro gruppi come Al qQeda richiede precisamente il metodo delle “operazioni chirurgiche”, vale a dire la combinazione di una buona rete di spionaggio e di informatori e un intervento militare selettivo e mirato. Non è affatto necessario mandare un gran numero di soldati e di carri armati per annientare eserciti ed occupare intere nazioni, come hanno fatto gli americani. Una tattica del genere non serve affatto a combattere il terrorismo: nei fatti fornisce ad esso un aiuto considerevole, muovendosi goffamente come un elefante in una cristalleria.

Il miglior alleato di Bin Laden e della cosiddetta Al Qaeda è stato nei fatti l’imperialismo Usa. La rapina operata nei confronti di Iraq e Afghanistan ha dato nuovo impeto alle forze oscure dell’imperialismo portando all’esasperazione un’intera generazione di giovani musulmani. L’onda della rivoluzione tuttavia ha svelato completamente il mito di Al Qaeda quando milioni di lavoratori, di contadini e di giovani che sono scesi in piazza hanno dimostrato quale fosse la maniera giusta di lottare contro l’imperialismo e i suoi sgherri locali. Nonostante la propaganda menzognera degli imperialisti, il fondamentalismo islamico non ha giocato alcun ruolo significativo in questo meraviglioso movimento rivoluzionario.

Il terrorismo di stato è di gran lunga più sanguinario di qualunque gruppo terrorista. Sono gli stati che dichiarano le guerre, sganciano le bombe atomiche sulle città come a Hiroshima e Nagasaki, costruiscono campi di concentramento come a Guantanamo, manipolano l’opinione pubblica tramite media compiacenti. Sono sempre gli stati che tagliano i fondi per la sanità, l’istruzione o le pensioni e li dirottano ai banchieri.

Lo stato ha raffinato la propria capacità di ammazzare la gente. Questa ultima “operazione chirurgica” è l’ulteriore dimostrazione delle sue abilità assassine. Non sprechiamo una lacrima per un terrorista reazionario che si è sporcato le mani col sangue di migliaia di persone, ma condanniamo con forza ancora maggiore i crimini dell’imperialismo che è responsabile di atrocità molto più grandi di quelle commesse da Bin Laden e i suoi seguaci.

Il difetto fondamentale del terrorismo è la convinzione che piccoli nuclei di uomini determinati possano rovesciare l’ordine sociale esistente, ma questa è un’illusione. Lo stato dispone di sufficienti risorse per distruggere ogni piccolo gruppo armato e i danni che possono infliggere le azioni terroristiche sono solo superficiali. Non intaccano le fondamenta dell’edificio e servono in realtà a rafforzare il regime esistente, fornendo tutti i pretesti necessari per operare un rappresaglia utilizzando una forza devastante. Gli avvenimenti che hanno seguito l’attentato alle torri gemelle sono una conferma lampante di questa affermazione.

L’unica forza che può produrre un cambiamento decisivo nella situazione è l’azione rivoluzionaria delle masse. Le rivoluzioni in Tunisia ed Egitto sono la prova più evidente di questo. Il commento più perspicace su tutto ciò è stato quello di Robert Fisk su The Independent del 3 maggio scorso. “Una nullità di mezz’ètà, un fallimento politico superato dalla storia – dai milioni di arabi in lotta per la libertà e la democrazia nel Medio Oriente – è morta ieri in Pakistan. E così il mondo ha perso la testa.”

Facendo riferimento al pericolo di rappresaglie terroristiche e confermando la nostra analisi, Fisk ha scritto:

“Rappresaglie? Forse arriveranno, da parte di gruppuscoli in Occidente che non hanno collegamenti diretti con Al Qaeda. È certo che qualcuno sta già sognando di formare una ?Brigata del martire Osama Bin laden’.
Ma le rivoluzioni di massa nel mondo arabo negli scorsi quattro mesi avevano già indicato che Al Qaeda era politicamente morta. Bin Laden aveva annunciato al mondo (in effetti me lo ha anche detto di persona) che voleva distruggere i regimi filo-occidentali nel mondo arabo, le dittature dei Musharraf e dei ben Ali e creare un nuovo Califfato islamico. Ma nei mesi scorsi milioni di arabi si sono sollevati ed erano pronti al martirio, non per l’Islam ma per la libertà e la democrazia. Bin Laden non ha cacciato i tiranni, lo hanno fatto le masse. E non volevano un califfo.”

da “marxismo.net”

Pomigliano non si piega. Storia di una lotta operaia raccontata dai lavoratori


Da quel fatidico 22 giugno dello scorso anno, quando gli operai di Pomigliano espressero nel referendum sul ricatto imposto da Marchionne una opposizione che spazzò i sogni plebiscitari del manager col maglioncino, della Fiat hanno parlato e scritto tutti: economisti, politici, giornalisti, dirigenti sindacali, filosofi uomini di spettacolo. Ora parlano gli operai.

Il libro Pomigliano non si piega. Storia di una lotta operaia raccontata dai lavoratori non è un libro “sugli” operai, non è un libro “per” gli operai, ma è un libro “degli” operai. Non la voce casuale che talvolta passa sui telegiornali che tentano di dipingere soggetti “deboli”, vittime magari incolpevoli ma comunque predestinate dei meccanismi di mercato e delle scelte di chi può e “sa” decidere.

Si tratta di un gruppo ben definito: i lavoratori della Fiat di Pomigliano d’Arco e dell’indotto che in questi anni hanno costruito un sistematico intervento politico nella fabbrica, attraverso il circolo di Rifondazione comunista Fiat auto-Avio e nella Fiom-Cgil.

I contributi raccolti non sono quindi semplici testimonianze, anche se non mancano le descrizioni puntigliose della vita nello stabilimento e del conflitto politico e sindacale che lo attraversa, ma sono il frutto di un’elaborazione collettiva che non teme di porsi all’altezza della sfida lanciata dal management Fiat.

Non è retorica dire che il 22 giugno quel 36% di No a Marchionne ha segnato il punto di svolta nel conflitto operaio nel nostro paese. Più volte il segretario nazionale della Fiom Maurizio Landini ha ribadito questo punto: senza quel voto non ci sarebbe stata la grande manifestazione del 16 ottobre 2010, che per la prima volta da anni ha posto il conflitto operaio come pietra angolare per la costruzione dell’opposizione nel nostro paese ponendosi come elemento di guida e traino per l’insieme dei movimenti di opposizione sociale.

è stato quel voto ad aprire la strada al No della Fiom all’accordo di Mirafiori, con il 46% di No (la maggioranza fra gli operai) che ha spinto a una nuova e ulteriore radicalizzazione dello scontro in Fiat e non solo.

Un libro dunque che, come scritto nella introduzione, non viene scritto alla fine di una lotta, per fare i bilanci ma mentre essa è in pieno sviluppo. Ne segnaliamo brevemente i contenuti. Antonio Santorelli risale alla radice di una lotta “prima della lotta”, ossia la vertenza lunga un anno che lo vide, allora segretario del circolo del Prc, licenziato dall’Avio di Pomigliano (e successivamente reintegrato dal giudice); attorno alla tenda che fa da punto di riferimento di quell’interminabile vertenza, nasce la determinazione di ricostruire la presenza comunista in Fiat Auto in forma organizzata.

Mario Di Costanzo riferisce sul processo di “rieducazione” delle maestranze Fiat messo in atto da Marchionne, nel primo tentativo di normalizzare la fabbrica espellendone ogni elemento di resistenza. Stefano Birotti ricostruisce sobriamente la giornata operaia alla catena di montaggio, mentre Antonio Di Luca ci guida con rigoroso puntiglio nella critica delle argomentazioni che sostengono il diktat di Marchionne, ossia l’accordo separato poi sottoposto al voto dei lavoratori. Vincenzo Chianese, operaio di una delle principali aziende dell’indotto, disegna il percorso di impoverimento della filiera dell’auto nel territorio campano mentre Ciro D’Alessio e Raffaele Manzo ci riportano alle ore fatidiche del referendum. Domenico Loffredo ricostruisce la storia del circolo del Prc, intrecciata indissolubilmente alle vertenze Avio e Fiat.

Due contributi “esterni” (ma solo nella collocazione degli autori, non certo nell’ispirazione) completano il volume. Massimiliana Piro, del comitato scientifico di Legambiente Campania, e Anna Arena, del circolo universitario del Prc di Napoli, aprono il ragionamento sull’auto ecologica e sul suo necessario legame con altre forme di produzione, proprietà e controllo, con finalità finalmente rivolte ai bisogni e non al profitto. Alessandro Giardiello (direzione nazionale del Prc), che da diversi anni ha seguito da vicino la vertenza pomiglianese, articola un tentativo di analisi del progetto di Marchionne, tentando di liberarsi da un superficiale impressionismo che troppo spesso ha reso impossibile alla sinistra leggere con chiarezza le prospettive di un gruppo industriale che mantiene, come dimostrano fin troppo chiaramente le vicende di questi mesi, un ruolo critico nel conflitto di classe del nostro paese.

Completano il volume una dettagliata cronologia, curata da Antonio Erpice e Jacopo Renda, e una raccolta dei materiali prodotti dal circolo Prc Fiat auto-Avio: volantini, comunicati, manifesti che riportano la viva voce di questo gruppo di compagni in ogni passo che ha scandito questa decisiva vertenza.

Da ” mappadeiconflitti.org”

Vittorio Arrigoni e la lotta del popolo palestinese

L’assassinio di Vittorio Arrigoni, le condizioni in cui è avvenuta la sua morte, hanno scosso e commosso vasti settori dell’opinione pubblica, non solo gli attivisti. Vittorio era un uomo che con la sua vita, il suo impegno a favore della causa del popolo palestinese spinto oltre il limite del sacrificio della propria vita, ha saputo mostrare al mondo intero cosa significhi “essere capaci di sentire nel profondo ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo”.

 Se vogliamo essere all’altezza del messaggio che Vittorio ci ha lasciato è però necessario uscire dal giusto turbamento e dalla sacrosanta rabbia che la sua morte ci ha provocato e provare ad analizzare con lucidità le condizioni politiche interne al Medio Oriente nelle quali è maturato quest’ennesimo atto di barbarie e i soprusi quotidiani a cui sono condannati tutti i palestinesi.

Vittorio faceva parte dell’ International Solidarity Movement, una Ong il cui obiettivo è quello di intervenire a supporto della lotta del popolo palestinese principalmente attraverso la propaganda internazionale e azioni di resistenza pacifica alle forze di occupazione israeliane. Vittorio è il terzo militante di questa organizzazione ad essere stato ucciso. Nel 2003 Rachel Corrie fu intenzionalmente schiacciata da un bulldozer israeliano mentre cercava di difendere le case dei palestinesi di Gaza e nel 2004 Tom Hurndall venne ucciso da un cecchino israeliano. Altre uccisioni di altri attivisti quali Bassem e Jawaher Abu Rahmah e Juliano Mer-Khamis, freddato pochi giorni prima dell’uccisione di Vittorio da un gruppo di sicari dal volto coperto, sono sufficienti ad indicare l’odio e l’intolleranza degli apparati dello stato israeliano nei confronti di chi intende mobilitarsi a supporto dei diritti del popolo palestinese. Condotta mostratasi per intero con l’attacco terrorista attuato dallo Stato di Israele nei confronti della Freedom Flottilla il 31 maggio dello scorso anno. Se Vittorio è stato materialmente ucciso da un gruppo terrorista salafita, non possiamo sorvolare sul clima di forte minaccia e intimidazione che i gruppi politici sionisti avevano alimentato attorno alla sua persona con inviti espliciti a segnalare i suoi spostamenti ai militari israeliani in modo che potesse essere “neutralizzato”.

L’inferno di Gaza

Come si spiega tanto “zelo”? Poco di ciò che accade in Medio Oriente arriva nei canali dell’informazione ufficiale, ma la tensione tra Gaza e Israele è rimasta a livelli altissimi dopo l’operazione militare “Piombo Fuso” che ha provocato 1300 morti e oltre 5000 feriti. Periodicamente riprendono gli attacchi di Israele contro la popolazione civile. Solo per citare i fatti più recenti, lo scorso 8 aprile è stato condotto un bombardamento con  l’utilizzo delle famigerate armi al fosforo bianco che ha provocato la morte di 18 persone a Khan Younis. Ma anche in Cisgiordania le cose non vanno meglio. Dopo l’uccisione di 5 coloni, il villaggio di Awarta per più di un mese è stato posto sotto assedio da parte delle forze di occupazione con ripetute ondate di arresti e perquisizioni, trasformando di fatto l’intera zona in un enorme prigione a cielo aperto. E sempre in Cisgiordania proseguono a ritmo incalzante e quotidiano gli attacchi dei coloni ai villaggi palestinesi, spesso con il supporto dell’esercito, come nel caso dell’attacco nel villaggio di Burin lo scorso 19 aprile.

 

Dopo quattro anni di assedio e un bombardamento di tre settimane durante l’inverno del 2008-2009, dopo del quale gli abitanti di Gaza non sono riusciti a ricostruire nulla a causa delle restrizioni per l’importazione di materiali da costruzione, Gaza è completamente devastata. Il 75% per cento dei bambini tra i 9 e 12 mesi sono anemici. Gli abitanti di Gaza hanno perso l’accesso al 50 % del loro terreni agricoli -  o per la distruzione causata dal bombardamento israeliano o perché Israele non consente loro di coltivare la terra – e molti pescatori hanno perso i loro mezzi di sussistenza oltre al fatto che la zona in cui sono autorizzati a pescare è molto limitata e spesso sono finiti sotto il fuoco delle pattuglie israeliane.

L’attivismo di uomini e donne come Vittorio è quindi una “spina nel fianco” per i piani dello Stato di Israele perché squarcia la cappa di silenzio e la coltre di nebbia calata sulle vicende che riguardano le condizioni di vita a Gaza e in Cisgiordania. Piani che si concentrano principalmente sul blocco economico imposto da Israele sull’enclave palestinese della Striscia di Gaza, un territorio piccolo quanto Milano con i due terzi della popolazione costituita da profughi che fuggirono o furono espulsi dalle loro case durante la guerra che portò alla fondazione di Israele nel 1948. Israele, e i suoi difensori, sostengono che questo blocco sia finalizzato ad impedire l’importazione di armi ed è quindi motivato da ragioni di sicurezza.

La realtà degli eventi dimostra invece come il blocco rappresenti una punizione politica collettiva perpetrata nei confronti della popolazione di Gaza perché comprenda finalmente che non vi è via d’uscita se non quella di una completa sottomissione alla politica israeliana di dominio e di rapina. Non solo il disastroso raid dello scorso anno contro la Freedom Flotilla, che recava con se quaderni, penne e carne fresca, svela quale sia la natura ipocrita delle motivazioni portate dal governo israeliano, ma anche i preparativi messi in atto dall’esercito israeliano e dal ministero degli Affari Esteri contro la prossima spedizione della Freedom Flotilla 2 (oltre 15 navi con cittadini provenienti da oltre 25 paesi di tutti i continenti) fa implicitamente e terribilmente risuonare l’esecuzione di Vittorio come una minaccia diretta contro gli attivisti e i pacifisti intenzionati a forzare nuovamente il blocco.

L’iniziativa del primo ministro Benjamin Netanyahu, tesa ad ottenere da parte dell’Onu un intervento che possa fermare le navi pacifiste, e le esercitazioni militari della marina israeliana delle scorse settimane, hanno trovato un sostegno partecipato e convinto anche da parte di Berlusconi che, dichiarando di essere convinto che la Flotilla lavorasse per la destabilizzazione e la violenza nella regione, ha dimostrato di essere uno degli alleati più fedeli del governo reazionario di Netanyahu e uno dei più convinti fiancheggiatori del criminale assedio militare e del disumano embargo economico imposto a  Gaza.

Le rivoluzioni nel mondo arabo scuotono la Palestina

Per quanto riguarda il movimento di resistenza, il vento delle rivoluzioni nel mondo arabo non ha lasciato indifferenti i giovani palestinesi. Il 15 marzo migliaia di giovani hanno sfilato nelle città di Gaza, Ramallah, Nablus, Hebron e Gerusalemme scandendo slogan contro i dirigenti di Hamas e Al Fatah e per l’unità popolare contro la guerra permanente di Israele. Secondo un resoconto apparso su Electronicintifada.net, ispirati dalle insurrezioni popolari che stanno scuotendo i paesi arabi, decine e decine di gruppi sono sorti su Facebook e sui social network su in iniziativa di giovani attivisti del movimento di resistenza e sono diventati la sede di discussione per una piattaforma politica in grado di superare l’inadeguatezza delle attuali direzioni politiche a Gaza e in Cisgiordania. Piattaforma da cui hanno avuto origine le manifestazioni di massa del 15 marzo. Se il discredito di Fatah per le storiche concessioni fatte allo stato israeliano è la causa principale dell’indebolimento inarrestabile dell’Autorità Nazionale Palestinese, Hamas si trova per la prima volta a dover far fronte a un crescente risentimento che si fa strada specie tra i giovani di Gaza venuti allo scoperto con il cosiddetto “Manifesto dei giovani di Gaza per il cambiamento” nel quale gli attivisti dello Sharek Youth Forum, ostili anche alle politiche di Fatah, hanno denunciato la politica di intimidazione, repressione e incarcerazione perpetrata da Hamas nei confronti degli elementi più radicali e non fondamentalisti del movimento di resistenza.

Importanti sconvolgimenti politici potrebbero quindi prepararsi in Medio Oriente, anche sull’onda delle rivoluzioni in Tunisia, Egitto e in tutto il mondo arabo. L’impegno e il sacrificio di attivisti come Vittorio “Utopia” Arrigoni non è invano, è splendido, importante, consente al popolo di Palestina di prendere coraggio dalla solidarietà mostrata nei suoi confronti. Occorre che la sinistra e il sindacato supportino, incentivino, difendano esperienze come quella della Freedom Flotilla. Nello stesso tempo dobbiamo essere consapevoli che l’attività volontaria umanitaria a Gaza non risolverà il problema. Una soluzione potrà arrivare solo da una nuova e più avanzata Intifada che imponga la completa cessazione del blocco a Gaza come prima tappa verso la fine dell’occupazione israeliana.

In poche parole, dalla ripresa della lotta di classe, in collegamento con le rivoluzioni che stanno sconvolgendo il mondo arabo. Rivoluzioni che, non a caso, sono avversate da chi vuole mantenere lo status quo: l’Anp, Hamas e naturalmente Israele.

Juliano Mer-Khamis, attivista, autore del documentario “Arna’s children (rintracciabile su youtube), ucciso nel totale silenzio dei media nelle strade di Gaza il 4 aprile, amava definirsi «al cento per cento palestinese e al cento per cento israeliano». Era un arabo cristiano, nato a Nazareth nel nord di Israele da una coppia di comunisti che, ricordava Juliano, volevano un unico Stato socialista in cui ebrei e arabi avessero medesimi diritti. Lo stesso Vittorio aveva tratto dalla sua esperienza che l’unica soluzione per il Medio Oriente poteva essere uno Stato bi-nazionale, uno Stato per due popoli in cui potesse avere termine l’apartheid e la politica razzista contro gli arabi.

Noi, come i genitori di Juliano, aggiungiamo che uno Stato bi-nazionale in Medio Oriente può essere solo uno Stato socialista, ovvero uno Stato che nasca dalla comune lotta dei lavoratori e degli oppressi arabi ed ebrei contro la cricca dominante capitalista e corrotta dei due popoli. Un obiettivo solo apparentemente irraggiungibile, reso arduo da decenni di guerra permanente che ha alimentato reciproco odio fra lavoratori israeliani e palestinesi. Ma guai a pensare che la società israeliana possa mantenersi a lungo come un monolite corazzato. La crisi colpisce duramente anche le condizioni di vita del proletariato israeliano, con il 30% della popolazione che vive sotto la soglia di povertà. Queste sono le basi materiali sulle quali possono innescarsi profondi rivolgimenti storici. Alla memoria di Vittorio “utopia” Arrigoni e dei tanti attivisti che hanno dedicato la propria vita alla causa palestinese sarà così resa giustizia.

Da “marxismo.net”

Copparo, Rifondazione Comunista e il volume su Pomigliano

Qualche giorno fa, con organizzazione curata dal Partito della Rifondazione Comunista, è stato presentao il libro :”Pomigliano non si piega”, realizzato praticamente in presa diretta ai sindacalisti e dagli operai di Pomigliano D’Arco. Incontro alla sala riunioni di palazzo Zardi e platea piena di una quarantina di persone. Interventi di Adriano Boscolo, in apertura, di Antonio Vergoni del direttivo Ferrarese Prc, poi Vincenzo Chianese (uno degli autori del libro, delegato sindacale in una delle fabbriche dell’Indotto Fiat a Pomigliano) e Mario Nardini , segretario provinciale Fiom di Ferrara. SI è partiti dal libro, una vivace raccolta di racconti “in diretta” dell’evoluzione della situazione nella fabbrica scritta dai suoi protagonisti, ma si è parlato anche di futuro, di rapporti sindacali e con la politica. Il nodo, come ha sottolineato in modo impeccabile Chianese, è stato che agli operai è stato imposto di scegliere tra il lavoro ed i propri diritti. Poi, nonostante la lotta della Fiom, quando gli operai hanno praticamente dovuto scegliere il lavoro, alla fine quel lavoro non si vede o finisce per calare. E la scelta poi è stata imposta a Mirafiori, alla Bertone, in un crescendo di ricatti occupazionali allo scopo di spezzare la contrattazione nazionale ed avere le mani libere a livello di management. Il tutto senza effettive ricadute positive a nessun livello, nonostante le scelte di chi ha spinto per arrivare a sottoscrivere il referendum in fabbrica. Per il futuro, la scelta è quella di impegnarsi al massimo, non cedere sui diritti.

” La Nuova Ferrara” 16 giugno 2011

PEOPLES OF THE WORLD RISE UP!

IL 15 OTTOBRE SARÀ UNA GIORNATA EUROPEA E INTERNAZIONALE DI MOBILITAZIONE
“gli esseri umani prima dei profitti, non siamo merce nelle mani di politici e banchieri,
chi pretende di governarci non ci rappresenta, l’alternativa c’è ed è nelle nostre mani, democrazia reale ora!”
Commissione Europea, governi europei, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale, multinazionali e poteri forti ci presentano come dogmi intoccabili il pagamento del debito, il pareggio del bilancio pubblico, gli interessi dei mercati finanziari, le privatizzazioni, i tagli alla spesa, la precarizzazione del lavoro e della vita.
Sono ricette inique e sbagliate, utili a difendere rendite e privilegi, e renderci tutti schiavi. Distruggono il lavoro e i suoi diritti, i sindacati, il contratto nazionale, le pensioni, l’istruzione, la cultura, i beni comuni, il territorio, la società e le comunità, tutti i diritti garantiti dalla nostra Costituzione. Opprimono il presente di una popolazione sempre più impoverita, negano il futuro ai giovani.
Non è vero che siano scelte obbligate. Noi le rifiutiamo. Qualunque schieramento politico le voglia imporre, avrà come unico effetto un’ulteriore devastazione sociale, ambientale, democratica. Ci sono altre strade, e quelle vogliamo percorrere, riprendendoci pienamente il nostro potere di cittadinanza che è fondamento di qualunque democrazia reale.
Non vogliamo fare un passo di più verso il baratro in cui l’Europa e l’Italia si stanno dirigendo e che la manovra del Governo, così come le politiche economiche europee, continuano ad avvicinare.
Vogliamo una vera alternativa di sistema. Si deve uscire dalla crisi con il cambiamento e l’innovazione. Le risorse ci sono.
Si deve investire sulla riconversione ecologica, la giustizia sociale, l’altra economia, sui saperi, la cultura, il territorio, la partecipazione. Si deve redistribuire radicalmente la ricchezza. Vogliamo ripartire dal risultato dei referendum del 12 e 13 giugno, per restituire alle comunità i beni comuni ed il loro diritto alla partecipazione. Si devono recuperare risorse dal taglio delle spese militari. Si deve smettere di fare le guerre e bisogna accogliere i migranti.
Le alternative vanno conquistate, insieme. In Europa, in Italia, nel Mediterraneo, nel mondo. In tanti e tante, diversi e diverse, uniti. E’ il solo modo per vincere.
Il Coordinamento 15 ottobre, luogo di convergenza organizzativa dei soggetti sociali impegnati, invita tutti e tutte a preparare la mobilitazione e a essere in piazza a Roma, riempiendo la manifestazione con i propri appelli, con i propri contenuti, con le proprie lotte e proposte

PER LA NOSTRA DIGNITÀ E PER CAMBIARE DAVVERO!

                                                 

Rivolta in Gran Bretagna, segnali di fine del capitalismo

Le rivolte in Gran Bretagna sono solo un sintomo della crisi generale del sistema capitalista. I marxisti non si uniranno al loro coro ipocrita della borghesia e dei suoi lacchè. Il nostro compito è indicare una strada alle giovani generazioni, per aiutarle a trovare la strada giusta – quella rivoluzionaria, la strada della ricostruzione socialista della società.
L’ex-leader del Partito Conservatore Margaret (ora Lady) Thatcher una volta disse: ” Non esiste la società”. Tre decenni più tardi la società ha offerto alla classe dominante un violento promemoria della propria esistenza.

Nello spazio di 48 ore la Gran Bretagna è stata scossa da un’ondata di rivolte. Nella terza notte di saccheggi e disordini i fuochi sono divampati in tutta Londra. Centinaia di persone sono state arrestate per essersi scontrate con la polizia, i cui veicoli sono stati dati alle fiamme mentre i negozi venivano saccheggiati. Questa mattina in molte parti della città lo scenario era molto simile a quello di una zona di guerra.

Tutto è iniziato giovedì 4 agosto quando un giovane nero, Mark Duggan, è stato ucciso con un colpo di pistola dalla Polizia a Tottenham, un quartiere a nord di Londra. Le circostanze di questo evento non sono ancora del tutto chiare. Quanto avvenuto era parte di quello che viene definito un evento “pre-pianificato”, parte dell’Operazione Tridente, che indaga sui crimini da arma da fuoco nelle comunità africane e caraibiche di Londra. Queste attività hanno creato un risentimento nelle comunità che sono state ingiustamente prese di mira dalla polizia.

Sembra che la polizia abbia fermato una vettura su cui stava viaggiando Duggan. Il primo rapporto della polizia affermava che il soggetto era stato colpito durante una sparatoria, che aveva una pistola in mano, e che l’avrebbe usata contro la polizia. Ma la polizia mentiva. Ora è cosa accertata che non c’è stata alcuna sparatoria. Sono stati sparati solo due proiettili, entrambi partiti da un’arma della polizia. Il goffo tentativo di insabbiare la cosa è servito solo a gettare benzina sul fuoco.

Con una manifestazione a Tottenham, sabato, la gente del quartiere, guidata dalla famiglia di Duggan, si è diretta alla stazione di polizia per chiedere spiegazioni sull’accaduto. Non ha ricevuto alcuna risposta nonostante siano rimasti in attesa per ore e ore. All’improvviso è esplosa la rivolta. Sembra che la causa scatenante più immediata sia stato il modo brutale con cui la polizia ha trattato una ragazza di sedici anni. I disordini si sono presto allargati ai quartieri vicini, Woodgreen e Tottenham Hale. Quando hanno chiesto a un giovane, col volto coperto, il motivo per cui si stava ribellando ha risposto: “La polizia ha troppo potere e ne sta abusando. E questo è sbagliato, amico.”

Comunque, la responsabilità immediata della sparatoria e il tentativo da parte della polizia di insabbiarla è stata velocemente messa in ombra dall’ondata generale di rabbia e frustrazione che ha riempito le strade delle aree più povere con un’alta concentrazione di giovani disoccupati, di cui la maggior parte sono neri. Ma la rivolta di lunedì e domenica è stata di carattere diverso da quella di sabato. A Tottenham la rivolta è partita su iniziativa di giovani arrabbiati per le persecuzioni della polizia. Ma si trattava solo della punta dell’iceberg, perchè adesso si è trasformata in qualcosa di qualitativamente differente.
La BBC riportava: “C’erano persone nelle proprie macchine, giovani sulle biciclette, che muovendosi rapidamente, lasciavano dietro di se una scia di distruzione. Ogni volta che ti muovevi verso un quartiere loro si erano già spostati a quello dopo.

“La polizia sta facendo del suo meglio per catturarli. Ci sono veicoli della polizia che vanno avanti e indietro, luci blu che lampeggiano, la polizia antisommossa che esce dalle camionette.

Ma dieci minuti dopo ci risalgono per andare nel prossimo quartiere, cercando sostanzialmente di domare il fuoco che, metaforicamente, si sta espandendo su tutta Londra.”

La rivolta si espande

I primi scontri sono scoppiati a Enfield, nel nord di Londra, dove sabato sera alcune vetrine sono state infrante e una macchina della polizia è stata danneggiata. Ma già lunedì la rivolta si è propagata come un fuoco in molte altre aree della metropoli: Hackney nell’est, Ealing nell’ovest, Walthamstow e Waltam Forest nel nord e a Clapham, Corydon, Lewisham e Brixton nel sud della città.

Un gran numero di giovani si è riversato in strada, saccheggiando e mettendo soottosopra i negozi persino nella zona principale dello shopping turistico, quella di Oxford Circus, nel centro di Londra. Ci sono state segnalazioni di bande formate da più di 200 giovani che saccheggiavano i negozi e caricavano la polizia a Coldharbour Lane e ad High Street a Brixton, scene che ricordano le più grandi rivolte degli anni ottanta.

Il giornalista di Londra della BBC, Paraic O’Brien ha detto di aver assistito di persona a un saccheggio di massa a Brixton.

Ha detto:”Hanno distrutto un William Hill (un’agenzia di scommesse), poi hanno dato fuoco ai bidoni.

“E adesso quello che stiamo vedendo mano mano che avanza la notte è una continua replica, con High Street che sembra percorsa da una processione di fuochi”

Il fotografo della Press Association Lewis Whyld ha visto dei saccheggiatori combattere con la polizia in un negozio Currys a Brixton.

Ha detto: ”Circa duecento giovani stavano distruggendo e saccheggiando quando è arrivata la polizia anti-sommossa che ha cercato di portarli fuori, dando inizio a una grossa battaglia di strada.

I giovani tiravano pietre e bottiglie e c’era un bidone in fiamme. Hanno usato un estintore per far arretrare la polizia, così da poter rientrare nel negozio e riprendere il saccheggio.”

Scene del genere sono state viste in molte altre aree. A Croydon, nel sud di Londra, una fabbrica di mobili è stata data alle fiamme e ridotta in cenere in un paio di ore.

I trasporti sono stati interrotti, alcune stazioni della metro sono state chiuse e i percorsi degli autobus deviati per evitare gli scontri. La polizia ha chiuso alcune strade e si parla anche di alcune “aree ad accesso vietato”.
Ovunque la polizia da l’impressione di essere completamente impotente. Durante le tre notti di rivolta è stata spesso ridotta al ruolo di inerme spettatrice, sopraffatta numericamente dai rivoltosi e incapace di qualsiasi iniziativa. Ogni tentativodi passare  all’offensiva – persino di arrestare i saccheggiatori – rischiava di produrre gravissime conseguenze.

Il Comandante della Polizia Metropolitana Christine Jones ha detto: ”I nostri agenti sono sconvolti dall’oltraggioso livello di violenza di cui sono oggetto”. Infatti, fin ora, quasi 35 agenti sono rimasti feriti. Tre di loro sono stati feriti quando un’auto li ha investiti mentre cercavano di operare un arresto a Waltham Forest, non lontano da dove vivo io nell’est di Londra. Un veicolo della polizia è stato attaccato a Islington, nel nord. Le scene che escono dai televisori ricordano molto di più la guerra civile a Beirut di una trentina di anni fa che la tipica Londra di metà Agosto.

Di criminali e criminalità

La classe politica Britannica è stata improvvisamente risvegliata dal suo torpore estivo. Per mezzo di un parapiglia indecente, i leader dei maggiori partiti hanno accorciato le proprie ferie per affrettarsi a tornare a Londra per dare una parvenza di controllo della situazione. Ma il controllo delle strade è già perso, almeno per adesso.

L’establishment politico ha reagito in modo del tutto prevedibile. Kit Malthouse, vice-sindaco di Londra e responsabile della polizia metropolitana, si è irritato per il danno subito dall’immagine di Londra proprio alla vigilia dei Giochi Olimpici. Ha descritto le scene viste nelle ultime due notti come “scioccanti e disgustose” aggiungendo che la polizia ha fatto un buon lavoro.

Poi ha detto:” Ovviamente ci sono in questa città persone, per quanto sia triste dirlo, che cercano la violenza, che cercano l’opportunità di rubare e di appiccare il fuoco agli edifici per creare un senso di pericolo, possono essere anarchici o appartenenti a bande organizzate o solo giovani selvaggi, che vogliono un nuovo paio di scarpe.”

Il Ministro dell’Interno Teresa May è stata veloce a derubricare i disordini come “mera criminalità”, e a marchiare tutti i responsabili come criminali che dovrebbero essere puniti con la massima durezza prevista dalla legge. Ha detto:” Questa notte, gli agenti di polizia hanno rischiato ancora una volta per proteggere i londinesi e le loro proprietà.

“Per i londinesi è chiaro che non esistono scuse per la violenza, e faccio appello a tutti i membri delle comunità locali a cooperare con la polizia per aiutarla consegnare alla giustizia questi criminali.”

Ovviamente, l’elemento criminale è sempre presente in una società capitalista. Marx lo ricorda nel Manifesto quando parla di una “classe pericolosa [il sottoproletariato], la feccia sociale, quella massa putrescente e passiva che è stata rigettata dagli strati più bassi della vecchia società.”

All’interno di questo strato della società ci sono sempre dei de-classati e degli elementi criminali che sono sempre pronti a saccheggiare e bruciare. Ci sono anche criminali professionisti. Ma la stragrande maggioranza delle migliaia di giovani che si sono scatenati la notte scorsa non sono di questo tipo. Erano sicuramente presenti dei criminali, senza dubbio. Ma erano una piccola minoranza. La grande maggioranza era mossa da altre motivazioni.
Queste rivolte hanno o no a che fare con i problemi economici e sociali che stanno crescendo in Gran Bretagna? Sono o non sono connesse con l’alto tasso di disoccupazione fra i giovani, specialmente tra i neri? Potrebbero forse avere a che fare con i tagli brutali imposti dal governo dei Liberal Democratici, che stanno causando una netta riduzione degli standard di vita e che cadono in modo sproporzionato sulle spalle degli strati più poveri della società? E che dire delle operazioni razziste di fermo e individuazione fatte dalla polizia e principalmente rivolte contro la gioventù nera ed asiatica?

No! I leader politici sono unanimi. Questa è “mera criminalità” e i colpevoli dovranno essere puniti con tutta la durezza prevista dalla legge. Questa è una mentalità da poliziotto espressa in tutta la sua crudezza e nella maniera più ignorante. L’idea che migliaia di giovani possano scendere in strada e attaccare la polizia solo perchè vogliono un nuovo paio di scarpe è una delle idee più stupide che una mente umana possa partorire. E poi se oggi sono tutti dei criminali, allora devono esserlo stati anche prima. Perchè però questa rivolta è scoppiata solo adesso e non due, cinque o dieci anni fa?

Lasciateci porre la questione nel modo più semplice, così che anche il Ministro dell’Interno conservatore possa capirla. Se un giovane ha un lavoro con una paga ragionevole, non ha alcuna ragione per sfondare una vetrina per avere un nuovo paio di scarpe. Che è il motivo per cui non si trovano molti banchieri tra le persone accusate di taccheggio. Non hanno nessun motivo per irrompere in un negozio e rubare i soldi dal momento che hanno le mani in una pasta decisamente più gustosa – il Ministro delle Finanze, che ha gonfiato con miliardi di sterline di soldi pubblici le loro casse, mentre andava a dire alle comunità povere che non c’erano più soldi per la scuola e l’edilizia pubblica.

La società capitalista è una società malata, da cui genera un malessere morale che forma il terreno avvelenato su cui fiorisce ogni genere di crimine. Ci sono i grandi criminali che prosperano e ingrassano arricchendosi sempre più e che finiscono alla Camera dei Lord, e ci sono i piccoli criminali che vivono nei quartieri poveri, che cercano di migliorare il loro piccolo attraverso azioni individuali e che finiscono come ospiti di Sua Maestà in sistemazioni decisamente meno confortevoli.

Solone il Grande ateniese una volta disse: “La legge è come una ragnatela: gli insetti piccoli vi restano impigliati, mentre quelli più grandi la evitano, bucandola.”
Tutti i media inveiscono contro i rivoltosi presumibilmente spinti da un irresistibile voglia di un nuovo paio di scarpe. Ma aspettate un attimo. Non c’è qualcosa che non quadra in questa logica? Se un ragazzino nero distrugge una vetrina a Brixton, viene mandato in galera. Ma se i banchieri distruggono l’economia della nazione, sono ricompensati con miliardi di sterline.

La classe politica inveisce contro l’avidità e la criminalità nelle strade di Hackney e Brixton. Ma che diritto hanno i nostri politici di dare lezioni di rettitudine morale ai giovani inglesi o  a chicchessia? Sono gli stessi signori e signore che non molto tempo fa sono stati sotto i riflettori per le loro bugie, gli imbrogli e i raggiri. Hanno rubato grandi somme di denaro pubblico per rinnovare appartamenti di lusso, rimborsi per locali inesistenti e addirittura la riparazione di fossati intorno a dei castelli. Come definire tutto questo, se non avidità e criminalità?

E i pennivendoli della stampa che stanno ululando e abbaiando per il sangue della gioventù “criminale” inglese? Non sono gli stessi che sono sotto indagine per aver violato il cellulare di una adolescente vittima di omicidio, per aver corrotto agenti di polizia, e per aver ricattato i membri del governo (l’autore si riferisce allo scandalo che ha coinvolto il quotidano News of the world e tutto l’impero di Murdoch, ndt)
A confronto con l’avidità e la criminalità della banda della carta stampata, un rivoltoso qualunque di Hackney e Lambeth sembra un agnellino innocente.

Tolleriamo le rivolte?

In quanto marxisti, tolleriamo le rivolte, i saccheggi e il vandalismo? Certo che no. Così come non “tolleriamo” il cancro. Ma come tutti sanno, non è sufficiente condannare il cancro. È  invece necessario scoprirne la causa e trovare una cura.

Rifiutiamo completamente i metodi della rivolta e del saccheggio. Ma il nostro rifiuto non ha nulla a che fare con l’ipocrisia puzzolente della borghesia. Noi li rifiutiamo perchè sono azioni senza scopo e distruttivi che non risolvono alcun problema per i giovani e anzi li peggiorano. Come possono la distruzione e il saccheggio dei negozi aiutare i giovani a trovare più lavoro?

Le rifiutiamo anche perchè la maggior parte delle vittime di queste rivolte sono povera gente, proprio come i rivoltosi stessi. I negozi e le imprese che vengono saccheggiate e date alle fiamme sono per lo più piccole ditte mandate avanti da gente del posto. I ricchi non vivono a Brixton o Hackney. I veri criminali non sono minacciati dall’interruzione della legge e dell’ordine, che osservano da distanza di sicurezza, ben protetti da quella polizia che l’altra notte si è fatta notare per la propria assenza  nelle aree più povere di Londra. Sono state le famiglie povere a perdere le proprie case e i propri averi a causa della follia dei piromani. E questo è sicuramente un crimine.

Sostanzialmente tuttavia, noi rifiutiamo questi metodi perchè forniscono alla classe dominante un argomento potentissimo per la loro macchina della propaganda. Questo li aiuta ad infangare quelli che stanno lottando per un mondo nuovo e migliore. Forniscono la possibilità a questi mass media velenosi di criminalizzare la gioventù inglese, facendoli passare tutti come responsabili della folle stupidità di una minoranza e di quelli che sono a tutti gli effetti dei criminali che approfittano sempre delle situazioni di turbolenza sociale per saccheggiare e appiccare fuochi.

I reazionari stanno già approfittando della situazione per fare pressioni perchè si prendano misure più repressive. Il Primo Ministro  David Cameron ha tenuto una conferenza stampa questa mattina in cui ha ripetuto che per lui questa è “criminalità pura e semplice”. Ha promesso ancora che i responsabili saranno puniti “con tutta la durezza della legge”  e che i processi “saranno accelerati” per mandarne il più possibile in prigione. Sky News sta portando avanti una campagna infame per chiedere che la polizia possa usare i gas lacrimogeni e pallottole di gomma, e che l’esercito sia mandato a presidiare le strade.

Se il movimento operaio si fosse preso le sue responsabilità, già da molto tempo avrebbe fatto i passi necessari per organizzare i disoccupati e la gioventù, facendoli avvicinare alla classe operaia organizzata. Il gruppo parlamentare del Partito Laburista è pieno di carrieristi della classe media: avvocati, dottori, economisti e via dicendo, che non hanno alcuna idea di cosa voglia dire vivere con il sussidio di disoccupazione in certe zone degradate.

La notte scorsa è stata data notizia che Ed Milliband (il segretario dei Laburisti) si è affrettato a rientrare dalla sua casa di vacanza a Devon (un posto incantevole). Non ho sentito le sue dichiarazioni sulle rivolte, ma so lo stesso cosa ha detto. Sempre la notte scorsa un parlamentare laburista di Birmingham (dove erano in corso rivolte) ha detto che si trattava solo di azioni di criminali comuni e che tutta la durezza della legge sarà applicata ecc. ecc. Che è come dire, la stessa identica canzone che cantano i Conservatori, con lo stesso identico testo.

Privata di una voce, la gioventù disorganizzata è stata lasciata sola ad affrontare gli effetti della crisi capitalista, traendone le proprie conclusioni e agendo per conto proprio. Da un lato, si trovano di fronte la raffica della propaganda sulle televisioni che gli mostra i piaceri della vita che altri si godono, ma da cui loro sono sistematicamente esclusi. Sono incitati da pubblicità patinate ad unirsi al felice partito del consumismo,per poi trovarsi però la porta sbattuta in faccia.

“Perchè i ricchi dovrebbero avere tutto mentre a noi non spetta niente?” E’ una domanda ragionevole. Ma in assenza di un partito rivoluzionario che gli mostri come emanciparsi attraverso una lotta collettiva, per cui l’intera società viene spinta fuori dalla palude della povertà e portati a un livello più alto, continueranno inevitabilmente  a cercare una salvezza su basi individuali: cioè cercando di prendersi quello che gli manca, come abbiamo visto la scorsa notte.

Per quanto possa essere una cosa deprecabile, è conseguenza inevitabile del capitalismo e della morale da libero mercato. Il capitalismo insegna alle persone ad essere avide ed egoiste perchè l’avidità e l’egoismo sono le sue principali forze motrici. Il capitalismo è governato dalla legge della giungla, in cui il più forte deve vincere e il più debole deve essere calpestato. E questo il modo in cui oggi opera il mercato. Perchè stupirsi se poi le persone comuni si comportano nello stesso modo?

Le rivolte di fatto sono un espressione di rabbia impotente. Per alcune notti i rivoltosi si riempiono di un falso senso di potere. E se ne intossicano, non solo per gli effetti degli alcolici rubati, ma per quel forte flusso di adrenalina che accompagna sempre le azioni di massa. I ragazzi pensano che sia divertente: “E’ meglio che vedere una partita di calcio” diranno. Di sicuro è molto più economica.

Ma come per i postumi di una serata alcolica, i fumi dell’esaltazione presto svaniscono. Nella fredda luce del mattino, le azioni di ieri notte assumo un aspetto del tutto diverso. L’apparato di repressione dello stato, che è stato momentaneamente messo in difficoltà, riacquisterà il proprio equilibrio. Verranno disposti dei piani per riconquistare la città, area dopo area, strada dopo strada, casa dopo casa. Verranno fatti degli arresti. Inizieranno i processi, e molti di quei giovani che solo ieri sera sembravano essere i padroni delle strade pagheranno un prezzo altissimo.

Nuove esplosioni sono inevitabili

La crisi del capitalismo ha già prodotto grandi manifestazioni di massa, lotte e scioperi generali in un paese dietro l’altro. È stata la vera causa della rivoluzione araba, che ha portato alla caduta di due dittatori e ancora oggi infuria in tutta la regione. In Grecia e Spagna ha portato centinaia di migliaia di persone nelle strade. Persino Israele è stato scosso da delle manifestazioni di massa.

Le rivolte in Gran Bretagna devono essere inserite in questo quadro generale. Hanno preso l’establishment di sorpresa. Ma, di fatto, erano del tutto prevedibili. Il capolinea del capitalismo ha condannato interi strati di giovani alla vita senza vita della disoccupazione. A milioni vivono in quartieri poveri e in case popolari inadeguate, mentre milioni di appartamenti sono vuoti o sottoutilizzati. Non vengono costruite nuove case popolari, e solo i ricchi possono permettersi di prendere casa, anche la più modesta, a Londra.
Sotto una superficie calma e ordinata, nelle profondità della società inglese, ribolliva una rabbia crescente. Per decenni la società ha chiuso gli occhi di fronte alla tremenda realtà di ciò che sono veramente i ghetti in cui i poveri diventavano sempre più poveri e indebitati, e dove è più facile trovare droghe e armi piuttosto che cure decenti, un educazione e luoghi di svago. E mentre c’è abbondanza di denaro per i parassiti della City, dove i banchieri si premiano con bonus stratosferici pagati con i fondi pubblici, non c’è una lira per garantire condizioni di semi-civiltà per la gente di Brixton.

Si tratta una nuova e interessante interpretazione della Bibbia: Colui che ha avuto, a lui deve essere dato: e a chi non ha avuto, da lui deve essere preso, tutto quello che ha.” C’è quindi da stupirsi ancora se esiste un senso generale di rabbia e frustrazione, specialmente tra i giovani, in queste comunità?

Le rivolte sono coincise con una crisi generale dei mercati finanziari mondiali. Questo riflette il nervosismo generale di una parte della borghesia, che finalmente ha preso atto del fatto che la ripresa economica ha esaurito la sua spinta. L’annuncio di una crescita eccezionalmente bassa dell’economia americana ed europea è stato sufficiente per provocare il panico generale dei mercati, già spaventati della crisi del debito ai due lati dell’atlantico. Ora gli economisti hanno cominciato a parlare apertamente di double-dip, cioè di una doppia recessione, che potrebbe arrivare prima di quanto si creda.

Ormai non ci sono più dubbi sul fatto che le politiche di tagli e di austerità possono solo peggiorare la crisi attuale. Tagliando gli standard di vita, si riduce la domanda, aggravando così la crisi di sovrapproduzione. Su questo i keynesiani e i riformisti hanno ragione. Purtroppo però, non hanno alcuna alternativa da offrire. Come potrebbero infatti aumentare gli investimenti dello stato quando ogni governo occidentale sta lottando contro deficit giganteschi?

L’unica risposta è il cosiddetto “alleggerimento quantitativo”, che poi significa semplicemente stampare moneta. Questo non farà altro che alimentare il fuoco dell’inflazione, preparando  una caduta ancora peggiore. La borghesia si ritrova intrappolata tra l’incudine e il martello.

Cameron può trovare un sostegno temporaneo facendo la parte del difensore dell’ordine e nemico dell’anarchia. Ma la vera anarchia è l’anarchia del sistema capitalista, l’anarchia del mercato. E’ questa che ha tolto a milioni di persone il lavoro, la casa e la speranza. Ed è l’assenza di queste cose che alimenta gli scoppi di disperazione e le violenze.

Nel lungo termine, le rivolte avranno serie conseguenze politiche. Aumenteranno le divisioni nella coalizione tra Conservatori e LiberalDemocratici.  La tattica del “brucia e distruggi” dei Conservatori, che stanno usando la crisi e l’enorme debito pubblico per distruggere i servizi sociali e decimare il settore pubblico, è in grossi guai.

Le rivolte in Gran Bretagna sono solo un sintomo della crisi generale del capitalismo. Una crisi che si approfondisce di continuo, e la borghesia non ha una via di uscita. Ogni tentativo di ricreare l’equilibrio economico serve solo a minare alla fondamenta l’equilibrio sociale e politico. E questo non può certo essere risolto velocizzando i processi e riempendo le prigioni già affollate.

Si stanno preparando nuove esplosioni. Domani ci saranno nuove sollevazioni.  I giovani stanno cercando una via di uscita da questo vicolo cieco in cui gli ha cacciati il capitalismo. Presto scopriranno che tumulti come quelli di questi giorni non portano che a un altro vicolo cieco. Dovranno trovare un modo migliore e più sicuro per liberarsi dalla schiavitù del capitalismo.

I marxisti non si uniranno al coro ipocrita della borghesia e dei suoi lacchè. Noi seguiremo invece il buon suggerimento di Spinoza “Non piangere ne ridere, ma capire.” Il nostro compito è trovare la strada verso le giovani generazioni, per aiutarli a trovare la strada giusta, quella rivoluzionaria, la strada della ricostruzione socialista della società.

Londra, 9 Agosto 2011

Da marxismo.net

SCIOPERO GENERALE!

                                                                                                                                    

                                                                                           MOBILITIAMOCI FINO ALLA CADUTA DEL GOVERNO E OLTRE!

Il precipitare della crisi finanziaria ha rinvigorito la determinazione dei padroni a farne pagare ancora una volta il prezzo ai lavoratori. Ormai sono oltre 130 i miliardi di euro che dovremo sborsare nei prossimi quattro anni “per portare il paese fuori dalle secche”. Ovviamente nulla garantisce che questo sia l’ultimo sacrificio richiesto.
Senza vergogna e senza pudore si discute di tagliare le pensioni, azzerare tredicesime e liquidazioni, aumentare la precarietà, abolire i contratti nazionali e lo Statuto dei lavoratori, nonché festività come il 25 aprile e il primo maggio, oltre ai consueti tagli allo stato sociale.
Insomma, la più vergognosa stangata degli ultimi 50 anni contro i lavoratori.

La stangata

Un governo debole, ma non per questo meno pericoloso, sta continuamente cambiando i contenuti della manovra. Qualunque sia la versione definitiva, non abbiamo dubbi che la sua natura antioperaia sarà confermata e che le richieste di Confindustria e della Bce verranno accolte.
Con l’aumento delle tasse locali, i tagli alla spesa pubblica, agli Enti locali, alle tredicesime, alle agevolazioni fiscali per casa, famiglie, lavoro e disabili, si comprime oltre ogni misura la già ridotta capacità di spesa dei lavoratori.
La maxi-manovra di fatto abolisce definitivamente il contratto nazionale. Viene colpito in particolare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori dando ai padroni la possibilità di licenziare a piacimento i lavoratori nelle aziende sopra i 15 dipendenti.
Con le privatizzazioni dei servizi pubblici locali e strategici si forniranno ai cittadini servizi più scadenti e costosi e verrà calpestata la volontà, recentemente espressa tramite referendum, di mantenere pubblici i servizi essenziali.
Il governo vuole far cassa attraverso l’innalzamento dell’età pensionabile e i disincentivi per le pensioni di anzianità, incrementando ulteriormente una già elevatissima disoccupazione soprattutto giovanile.
Spostando le festività del 25 aprile e del 1° maggio si vogliono colpire anche simbolicamente le conquiste della Resistenza e del movimento operaio
Mentre lor signori si spartiscono gli enormi profitti fatti anche in questi anni di crisi economica, riescono a mandare in soffitta anche il misero contributo di solidarietà per i redditi più alti che inizialmente avevano ventilato di voler inserire nella finanziaria.
La questione è che a dettare le politiche di lacrime e sangue nel nostro paese come come in Spagna, Grecia, Portogallo, Irlanda e tutta Europa sono il Fondo monetario internazionale, la Banca centrale europea e gli speculatori finanziari: in una parola il sistema capitalista che governa questa società. Anche un governo di centrosinistra porterebbe avanti le stesse misure, come dimostrano Spagna e Grecia dove la socialdemocrazia è al governo.

Non paghiamo il vostro debito!

Proprio per questo non crediamo che lo sciopero del 6 settembre debba limitare i suoi obiettivi a “cambiare la manovra” o a mandare a casa Berlusconi per poi aprire le porte a un governo tecnico o di “unità nazionale” che porterebbe avanti le stesse politiche, ma questa volta con l’appoggio dell’opposizione parlamentare e dei vertici sindacali.
A questa logica dobbiamo opporci frontalmente. Il debito non è nostro e i sacrifici li devono fare solo i padroni.
Le proposte di patrimoniali e lotta all’evasione fiscale sono legittime, ma insufficienti per combattere questa crisi. Dobbiamo portare avanti rivendicazioni che sicuramente non hanno nulla di compatibile con gli interessi dei padroni nazionali e internazionali, ma sono nell’interesse dei lavoratori e della stragrande maggioranza della gente di questo paese.
Il vertice della Cgil, dopo aver firmato lo sciagurato accordo del 28 giugno  che ha legittimato questo ulteriore attacco al contratto nazionale e l’altrettanto sciagurato appello sottoscritto il 4 agosto assieme ai rappresentanti di Cisl, Uil, Confindustria e banche (nel quale tra l’altro si chiedeva una nuova stagione di privatizzazioni), ha dovuto fare un brusco dietrofront e riunirsi in pieno agosto per convocare lo sciopero generale.
Questa capriola si spiega solo in un modo: Susanna Camusso e la sua maggioranza nella Cgil sapevano che se non avessero fatto nulla, la rabbia sarebbe esplosa allo stesso modo in cui l’abbiamo vista esplodere in Grecia, Spagna, Gran Bretagna. Per cui, mentre ci impegnamo al massimo per garantire la massima riuscita dello sciopero, siamo coscienti che nulla può essere lasciato in mano a questi dirigenti, per i quali si tratta solo di “far sfogare” la piazza per poi tornare a sedersi ai tavoli di trattativa.
La classe operaia di questo paese ha dimostrato, in particolare nell’ultimo anno, da Pomigliano a Mirafiori alla lotta di Fincantieri, di avere le capacità, la forza e la determinazione per porsi come direzione contro padroni e sindacati compiacenti.
Dalla Valsusa, dove la lotta non si ferma, malgrado la repressione delle forze dell’ordine, fino allo straordinario risultato dei referendum del 12-13 giugno e alla sconfitta della destra alle amministrative, milioni di giovani e lavoratori hanno dimostrato un desiderio straordinario di cambiamento. Questa nuova disponibilità alla lotta non può e non deve essere frustrata da chi vuole che tutto cambi perchè in realtà tutto resti uguale.
Lo sciopero del 6 settembre deve essere solo l’inizio di un percorso di mobilitazioni efficaci e capillari che sappiano con la lotta durare un minuto più della resistenza padronale e vincere il conflitto.
Per questo motivo sosteniamo e promuoviamo l’assemblea nazionale “Dobbiamo fermarli” che si terrà a Roma il 1°ottobre, promossa da centinaia di delegati sindacali della Cgil e dei sindacati di base, che deve avere l’obbiettivo di lanciare anche nel nostro paese un’opposizione conflittuale dal basso contro il Governo e i padroni. Solo il protagonismo e l’organizzazione dal basso dei lavoratori, delle Rsu, degli studenti, dei movimenti di lotta, possono garantire la tenuta della lotta fino alla sconfitta del governo.

Lottiamo per:

• ritirare la firma della Cgil dall’accordo del 28 giugno che altro non è che lo strumento che il Governo sta usando per cancellare la contrattazione nazionale
• difendere e estendere a tutti lo Statuto dei lavoratori
• riconquistare veri contratti nazionali di lavoro che difendano condizioni e potere d’acquisto dei salari dei lavoratori
• riconquistare un vero diritto alla pensione
• abolire ogni forma di precarietà sul lavoro
• fermare tutte le privatizzazioni
• l’azzeramento dei fondi alle scuole private e di tutte le agevolazioni fiscali e non di cui gode il Vaticano
• il rifiuto dei diktat della Bce, non paghiamo il debito alle banche e alla speculazione finanziaria.
• la nazionalizzazione sotto il controllo dei lavoratori delle aziende in crisi
• la nazionalizzazione delle banche.

GELMINI NEL TUNNEL

Leggiamo l’intervista della ministra Gelmini di “Repubblica” del 9 Ottobre e la prima reazione è di sdegno.
Forse negli ultimi tre anni si era persa nel tunnel che collega Ginevra al Gran Sasso senza accorgersi che nel frattempo gli studenti hanno occupato piazze, strade, scuole e facoltà. Ora afferma che la protesta merita rispetto. Avrà davvero ritrovato la strada della ragione?
La verità è che siamo sempre noi i protagonisti della protesta, gli stessi che lei ha definito “strumentalizzati, facinorosi, fannulloni e non rappresentativi”. Noi non crediamo che la ministra abbia ritrovato la strada, molto più semplicemente quando “la nave affonda i topi scappano”.
Quando la Gelmini afferma che “la protesta si rivolge a cose più grandi di lei: le banche, la finanza”, quasi a volersene lavare le mani, non si accorge che sono state proprio le sue scelte ad incentivare la privatizzazione e la finanziarizzazione del sistema d’istruzione nazionale.
Maria Stella, per la prima volta, chiama i tagli con il loro nome, ma promette che impedirà al ministro Tremonti di operarne altri, accodandosi a quella pratica tanto amata nel nostro governo che fa di Tremonti il capro espiatorio di tutte le scelte compiute, dimenticandosi che fino a qualche giorno fa inveiva contro chi provava a denunciare con forza i tagli che stanno mettendo in ginocchio il nostro sistema formativo.
Anche le scuole della nostra provincia stanno pagando l’incompetenza della Gelmini e del Governo: un esempio su tutti può essere quello del contributo “volontario” (che di volontario non ha proprio nulla) che le famiglie si trovano costrette a versare per contribuire all’acquisto di materiale scolastico, della carta igienica e dei fogli per le fotocopie. Noi crediamo che non possano essere le famiglie, già in grave difficoltà, ad assolvere un compito che spetta allo Stato.
La ministra dice che gli studenti devono “fare loro i valori del merito e coltivare l’eccellenza altrimenti saranno condannati all’impoverimento”e noi ci chiediamo come sia possibile immaginarsi questo modello attraverso i test a crocette dell’Invalsi : con i test Invalsi si vuole introdurre un modello privatistico e competitivo di istruzione, passando per quella cultura del quiz ormai fin troppo popolare in Italia.
Come hanno denunciato, tra i primi, i sindacati di base e i movimenti dei precari della scuola, ma anche genitori, presidi e interi collegi docenti, queste prove accentuano la gerarchizzazione dei docenti e delle scuole; anche perché sono attuate senza tener conto delle inevitabili differenze tra le varie scuole e delle specificità di apprendimento degli studenti. I test appiattiscono la didattica, che rischia di essere finalizzata solo a preparare gli studenti ai quiz, privilegiando un tipo d’insegnamento nozionistico e acritico. Anche in questo caso, come sempre, il Ministero si è dimostrato sordo alle critiche e alle istanze sociali.
Ora diciamo alla ministra che non cadiamo nel suo tranello: non sarà certo una sua piccola apertura, tardiva e verso la quale non nutriamo la minima fiducia, a far abbassare i toni della nostra protesta e a fermare le mobilitazioni. E’ per questo che ci diamo appuntamento il 15 di Ottobre con migliaia di studenti: chi tiene le redini del paese lo sta distruggendo e spetta anche a noi salvarlo.

Giovani Comunisti/e Ferrara

CINEFORUM DEI/DELLE GIOVANI COMUNISTI/E

Giovedì 20 Ottobre si terrà, presso la sede della Federazione della Sinistra (via Zappaterra 13/7, Ferrara) il cineforum organizzato dai e dalle giovani comunisti/e e aperto a chiunque sia interessato. Il film proposto è “Che – L’argentino”: si tratta del primo episodio della pellicola realizzata dal regista americano Steven Soderbergh sulla storia di Ernesto Guevara.

Il film racconta la storia di Guevara ai tempi della rivoluzione cubana dei barbudos guidati da Fidel Castro.
Il 26 novembre del 1956 Fidel Castro salpa per Cuba con 80 ribelli. Uno di quei ribelli è Ernesto “Che” Guevara, un medico argentino che condivide il sogno di Fidel – rovesciare la dittatura corrotta di Fulgencio Batista. Il Che si rivela indispensabile come combattente e impara presto l’arte della guerra di guerriglia, diventando il beniamino dei suoi compagni e del popolo cubano.

“Che- L’argentino”  e la seconda pellicola intitolata”Che-Guerriglia” riunite in un unico film, sono state presentate in concorso al 61° Festival di Cannes, dove il protagonista Benicio del Toro ha vinto il premio per la mihglior interpretazione maschile.

17 Novembre 2011: STUDENTS OF THE WORLD RISE UP!

Denunciamo l’attuale situazione di CRISI PERMANENTE volta ad impoverire intere società e che oggi colpisce spietatamente, tra gli altri, i paesi del Mediterraneo. Questa crisi non è solo il frutto delle pessime decisioni politiche della presente legislatura, bensì è da imputare ad un potere economico-finanziario transnazionale che svuota di effettiva sovranità i popoli e la trasferisce ad istituzioni svincolate da ogni controllo democratico. Rispetto all’attuazione di questo modello neoliberista, i governi avrebbero un certo margine di libertà, ma come possiamo constatare le loro scelte politiche mettono in vendita ed indebitano la vita e il lavoro di intere generazioni pur di ottenere una posizione di credibilità nel quadro di competizione globale.

All’interno di questo contesto DENUNCIAMO la volontà politica della classe dominante e dirigente di smantellare lo Stato sociale e di privatizzare tutti i beni comuni che appartengono alle singolarità attuali e future: la SCUOLA e l’UNIVERSITA’, l’ambiente nel quale viviamo e la sanità, per citarne alcuni. Difendiamo la natura pubblica e libertaria dei luoghi della formazione e della produzione del sapere: è in queste officine della conoscenza e nelle aule, permeabili rispetto alla società in cui si radicano, che si maturano e si affinano le capacità e le potenzialità di ciascuno di incidere sull’esistente attraverso l’esercizio degli strumenti critici. Il modello aziendale e le privatizzazioni, il sistema dei crediti e del 3+2, minano alle fondamenta la possibilità di un’università che non sia asservita alla logiche di mercato né al diktat imperante della professionalizzazione.

LA VERA ECCELLENZA CONSISTE NELLA QUALITA’ DI UNA FORMAZIONE E DI UNA RICERCA PUBBLICA E LIBERTARIA. Le condizioni materiali dei lavoratori della conoscenza e dei luoghi ad essa deputati devono essere intimamente legate all’esigenza di una didattica qualificata, capace di applicare metodologie di insegnamento adeguate e di creare percorsi formativi di avanguardia. Svincolare l’istituzione universitaria dal finanziamento pubblico significa abolire ogni garanzia di giustizia sociale in nome di una mistificante libertà del mercato. E’ vergognoso stilare criteri normativi di meritocrazia e di eccellenza per promuovere le università virtuose in un contesto in cui il reddito indiretto e i servizi vengono depredati, i salari diminuiscono e non esiste alcuna forma di reddito minimo garantito. Senza assicurare l’uguaglianza sostanziale e il diritto allo studio è fuorviante elargire finanziamenti discriminanti ai singoli atenei in base a a parametri formali (ad esempio, minor numero di fuori corso) ed economici (contenimento della spesa e dei costi). L’abolizione del valore legale del titolo di studio, proposta ampiamente condivisa dal principale partito di opposizione, è un ulteriore strumento di dequalificazione dell’università pubblica e di discriminazione.

In direzione analoga si muovono i provvedimenti relativi agli Istituti Medi Superiori che non garantiscono un accesso egualitario alla conoscenza, ma, al contrario, attestano la volontà politica di rendere il mondo dell’istruzione un luogo di discriminazione tra ricchi e poveri, a partire dal corredo scolastico che diventa appannaggio dei più abbienti. La politica dei tagli e della riduzione dei costi obbliga le famiglie a prestare il cosiddetto contributo volontario: una sottoscrizione in denaro per l’acquisto del materiale scolastico essenziale alle attività didattiche. L’invenzione dell’autonomia della Scuola impone alla scuola pubblica di rivolgersi a partner economici in grado di sostenerne le finanze e di conseguenza condiziona le scelte didattiche e la caratterizzazione dell’offerta formativa. In particolare, la collusione scuola-azienda da una parte obbliga lo studente a prestazioni lavorative non retribuite in totale assenza di tutele sindacali, dall’altra permette al privato di maturare un profitto sfruttando la condizione di apprendistato senza alcuna garanzia di assunzione futura. Denunciamo a gran voce l’introduzione della prova INVALSI, strumento fascista per l’assegnazione dei finanziamenti pubblici alle scuole. Si tratta di un test a risposta multipla che include arbitriariamente solo le materie di Italiano e di Matematica, privilegia un approccio nozionistico e pretende di livellare le differenti modalità di apprendimento e le specificità proprie degli Istituti e dei Licei. Pensato come criterio normativo di giudizio sulle competenze dei docenti, la prova Invalsi costituisce l’attuazione di una politica educativa discriminatoria: pertanto, i soggetti diversamente abili partecipano alla prova, ma sono esclusi dalla valutazione complessiva. Invitiamo studenti, professori e genitori al boicottaggio della prova INVALSI!

La sfida e la posta in gioco sono di fondamentale importanza: la scuola e l’università di massa, pubbliche, devono essere la condizione imprescindibile a partire dalla quale si esigono e si costruiscono dei percorsi formativi di qualità. Il processo di Bologna&Co, a seconda delle differenti applicazioni mediante cui gli stati europei lo declinano, testimonia il fallimento delle istituzioni nel farsi carico dei mutamenti delle nostre società in ordine alla crescente esigenza di concreta democratizzazione del sapere e di gestione dei beni comuni che appartengono all’intera società civile.

Rivendichiamo il DIRITTO ALLO STUDIO che non è elemosina né assegnazione di un privilegio e tanto meno erogazione di un prestito d’onore, scellerata invenzione che decreta la trasformazione di un diritto in un debito contratto con le banche e con l’università all’interno di un orizzonte di precarietà. Il diritto allo studio è uno dei pilastri costitutivi di una società che osi definirsi democratica: solo l’emancipazione sociale di ciascuno di noi permetterà la costruzione di un mondo e di un futuro capaci di fare a meno delle ingiustizie e delle violenze dell’attuale ordine esistente. Una violenza che sembra innocua e sopportabile, quando si parla di PRECARIETA’. Ma precarietà è assenza di un contratto di lavoro per ricercatori e docenti, è la condizione di chi esercita prestazioni lavorative gratuite o sotto-retribuite e prive di garanzie sia sindacali sia in termini di progettualità della vita: se la chiamassimo schiavitù sarebbe più appropriato.

Se il sapere, la conoscenza e la scuola tutta sono beni comuni, questo non significa solo esigere che vengano preservati, incentivati e resi accessibili a tutti rivendicando forme di welfare; nel nostro secolo, o l’Università è un luogo di vita ed un laboratorio di sapere PARTECIPATI o non è affatto. E’ nostra responsabilità riappropriarci di concrete pratiche democratiche e resistenti: cominciamo dai nostri atenei e dalle nostre aule. Riprendiamoci in mano la sfida politica di pensare una Scuola ed una Università di massa, Pubbliche e libertarie. Sta a noi l’impegno di rendere le nostre pratiche di lotta dei veri processi costituenti nei quali si gioca la possibilità di un presente radicalmente altro.

Dell’ 1% della popolazione mondiale che si arricchisce speculando sulla mediazione tra noi ed i nostri bisogni e desideri, non ne abbiamo bisogno. Loro non possono invece fare a meno di noi per arricchirsi, depredando le nostre energie materiali ed immateriali. Siamo noi che produciamo cultura, lavoro, ricchezza in termini di qualità della vita: questa produzione comune appartiene a tutti e non deve più essere espropriata. Smettiamo di pensarci come studenti-consumatori, di atteggiarci da clienti e fruitori dentro le nostre scuole ed università: ciascuno di noi nel momento in cui collabora alla produzione della conoscenza è un lavoratore cognitivo; da quando si paga per lavorare?

Ribaltiamo il punto di vista e la situazione ai quali ci vogliono conformare: decidiamo NOI, NOI studenti NOI stagisti NOI dottorandi NOI docenti NOI ricercatori NOI precari della conoscenza, quali sono i criteri e gli orizzonti di spendibilità del sapere e della ricerca che produciamo attivamente.

Il 17 Novembre, gionata internazionale di mobilitazione studentesca, anche nella nostra città occuperemo le strade e le piazze. A Ferrara come a Roma, a Madrid, ad Atene, a Londra, a Berlino, a New York, a Santiago e in tante altre città ci mobiliteremo per rispondere, a chi mira solo al profitto e allo sfruttamento, che saremo NOI  gli artefici del nostro futuro!

MANIFESTAZIONE A FERRARA: Concentramento ore 9 PIAZZALE DANTE.

17 novembre – Giornata Internazionale dello Studente

Il 17 novembre è la giornata internazionale per il diritto allo studio.

A fronte di questa semplice rivendicazione che dovrebbe essere condivisa e generalizzata, riscontriamo e denunciamo un interesse partitico che si cela dietro l’organizzazione della manifestazione a Ferrara.

La volontà di escludere delle realtà politiche attive in questa città da una piattaforma unitaria risponde a becere logiche di partito per l’accaparramento di voti e di consensi sulla base di un simbolo che si tiene stretto dimenticando quali sono le questioni urgenti degli studenti, dei lavoratori del settore istruzione e di tutte le persone.

Laboratorio Sancho Panza si è così trovato escluso a priori, perché non allineato a tali logiche di partitismo locale che svuotano nel profondo le rivendicazioni della giornata di lotta.

Il giorno 7/11 ci si è incontrati in CGIL per la costruzione della piattaforma in vista della quale eravamo stati convocati ed il giorno seguente le giovanili di partito e di sindacato (IDV, GD, PdCi, RUA) hanno deciso in gran segreto e senza darne comunicazione alcuna che i tavoli di discussioni sarebbero stati appannaggio esclusivo di questi soggetti.

La sezione giovanile di Rifondazione è stata l’unica realtà a rifiutarsi di appoggiare queste pratiche infondate, e si è unita al Laboratorio Sancho Panza per la costruzione di una piattaforma condivisa ed aperta.

La nostra necessità di riconoscere una complessità di cause a questo devastato sistema didattico, suggerendo alternative e metodi di lotta, deve essere stato avvertito da questi giovani politicanti come una sovradeterminazione destabilizzante della loro carriera politica. Pertanto riteniamo di rendere pubblico l’accaduto perché non si tratta di questioni personali, ma anzi della vita politica di questa città: è irrilevante scendere in piazza e tirare mele marce al governo, se la propria pratica politica, concreta locale e quotidiana, è asservita! Basta questo a testimoniare da che parte si sta.

Rilanciamo quindi una partecipazione al corteo del 17 che sia libera da queste prevaricazioni cieche! La data del 17novembre non appartiene a RUA, ma agli studenti e ai lavoratori della  conoscenza, nonché a tutte le persone di questo mondo!

Laboratorio Sancho Panza

 
 
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