La mafia ordina, lo Stato esegue.

6 11 2009

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-Da Roma il via libera a progettazione ponte                                          sullo Stretto-
Il Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe), a quanto si apprende, ha dato via libera alla fase di progettazione del ponte sullo Stretto di Messina. Le stesse fonti riferiscono che servirà una nuova riunione del comitato, entro fine anno, per “risolvere alcuni piccoli problemi tecnici”.Da “Ansa.it”

La mafia fa l’appello, lo Stato risponde presente. Il ponte sullo stretto di Messina si può iniziare a fare. E’ stato deciso da tempo di costruire ma ora è arrivato il momento. Non interessa nè allo Stato  nè alla mafia se questa grande opera sarà costruita calpestando la memoria delle ultime vittime dell’alluvione che ha colpito quelle zone appena un mese fa. Gli interesssi legati all’affare del Ponte sono imprescindibili. Ci sono chiari segnali della presenza mafiosa in questa grande opera decisa dal governo Berlusconi, ma già pensata e progettata anni fa da Bettino  Craxi quando era capo del governo.

L’infiltrazione delle organizzazioni mafiose nella gestione delle risorse finanziarie finalizzate alla realizzazione del Ponte non è un processo recente, e soprattutto non è stato né lineare né indolore. Al contrario, esso è passato attraverso una fase di grave conflitto tra le maggiori cosche calabresi, culminata in una vera e propria guerra che, nella seconda metà degli anni ’80, ha disseminato di morti (oltre 600) le strade della provincia di Reggio Calabria.

Secondo la DIA, Cosa Nostra avrebbe ripristinato un elevato grado di controllo sull’imprenditoria, specialmente quella del settore edile, intercettando sia gli investimenti pubblici sia quelli privati, “vuoi mediante l’estorsione pura e semplice, vuoi con la partecipazione diretta ai lavori”. “Con la conseguenza – conclude la Direzione antimafia – che una rilevante quota delle risorse investite viene sottratta alla realizzazione dell’opera, determinandone una esecuzione non rispondente ai criteri qualitativi stabiliti e la necessità di dare ricorso ad ulteriori e non previsti finanziamenti”. Uno scenario particolarmente preoccupante proprio perché affermatosi in prospettiva della “prossima realizzazione di una straordinaria serie di opere indispensabili per l’adeguamento delle strutture dell’isola agli standard nazionali ed europei”

Le mani della mafia sullo Stretto di Messina ci sono da sempre. Gli affari che Cosa Nostra e l’Ndrangheta fanno da sempre con i traghetti e con tutto il traffico di merci e persone che coinvolge quel tratto di mare, rappresenta un fatto storico con cui lo Stato deve fare i conti ed è ben disposto a farli. Il volume immenso di denaro mosso dall’affare del Ponte renderà parecchio, soprattutto nel rafforzare il sodalizio tra Stato e mafia. La promessa di questo nuovo Eldorado, è stata fatta tanto tempo fa, al tempo di Craxi appunto, ed ora la mafia batte cassa.

Junius  





Operaio investito, lavorava ad uno scambio in zona rifredi a Firenze.

6 11 2009

FIRENZE, 6 NOV – Un operaio di 27 anni e’ morto la notte scorsa investito da un treno, in zona Rifredi, a Firenze. In base a una ricostruzione della Polfer, l’uomo stava lavorando con due colleghi ad uno scambio. Sempre in base a una prima ricostruzione,i tre si sarebbero allontanati dal binario su cui stavano lavorando per il sopraggiungere di un convoglio ma, durante lo spostamento, la vittima sarebbe stata investita da un secondo treno in arrivo su un altro binario.
Da “Adnkronos.it”





Senza stipendio 50 lavoratori di call center

15 07 2009

V. anche la lettera dei lavoratori inviata a estense.com: http://www.estense.com/?module=displaystory&story_id=53257&format=html

I cocopro della Dea srl da mesi non vengono retribuiti

di Mauro Alvoni

Retribuzioni a singhiozzo da febbraio e mancata corresponsione delle ultime mensilità, quelle di maggio e di giugno. E’ una forte situazione di disagio quella che stanno vivendo i circa 50 dipendenti e operatori (di cui ben 45 con contratto a progetto) del call center in forza presso l’azienda Dea Srl di Ferrara.

Una situazione che li ha indotti a rivolgersi direttamente ai sindacati per ottenere le proprie spettanze, oltre ad inviare alla nostra redazione una lettera in cui vengono descritte condizioni di lavoro stressanti (“anche 9 ore al giorno”, si legge nella missiva), “carenza di liquidità dell’azienda”, nonché “scarse prospettive dovute non solo alla precarietà dei contratti, ma anche alla mancanza di commesse, che fino ad una settimana fa venivano garantite dalla multinazionale Blue Call di Milano, con cui la Dea aveva stipulato accordi”.

”Il caso è delicato”, conferma Glauco Melandri, che sta seguendo la vicenda nella sua veste di segretario provinciale della Slc-Cgil (la sigla che si occupa dei lavoratori delle telecomunicazioni). ”Oggi questi lavoratori a progetto – spiega – sono ancora più esposti di prima. Dal canto nostro, dopo esserci riuniti in assemblea per essere informati da loro della situazione che stanno vivendo, lunedì abbiamo chiesto un incontro con l’azienda sollecitando innanzitutto il pagamento degli arretrati”.

La delicatezza del caso sta proprio nella forma di contratto (il cosiddetto cocopro) ”che nei call center – aggiunge Melandri – andrebbero centellinati e approfonditi uno per uno”. ”In questo caso – azzarda il sindacalista – siamo in presenza di orari di lavoro che di fatto sono fissi e quotidiani. Ritengo perciò che siano tutti da trasformare in contratti di lavoro subordinato. Ho qualche difficoltà però a sbilanciarmi prima dell’incontro con i vertici aziendali, dal quale mi aspetto soprattutto di capire se ci sono prospettive di sviluppo della Dea Srl”. Al momento l’unica battaglia che può portare avanti il sindacato è quella relativa ai mancati pagamenti. ”Entrando in possesso dei cedolini – conclude Melandri – tramite avvocati si potrebbe fare subito ingiunzione di pagamento”.

da www.estense.com





STEFANO CUCCHI

30 10 2009

[ Leggi anche: http://andremusa.wordpress.com/2009/10/30/le-forze-dellordine-continuano-ad-ammazzare-verita-e-giustizia-per-stefano-cucchi/ ]

Aldo Bianzino, morto due anni fa in una prigione di Perugia per cause ancora da chiarire. Marcello Lonzi, ammazzato in una galera livornese nel 2003 da un arresto cardiocircolatorio ma il suo corpo sfigurato, a sua madre che cerca ancora verità, dice tutt’altro. Fino a l’altroieri, Ilaria non conosceva i loro nomi, forse nemmeno sapeva quanto fosse lungo il catalogo dei morti di galera. Poi i carabinieri di Torpignattara hanno bussato a casa loro per dire che semplicemente «Stefano era morto», in ospedale. Più precisamente nel reparto penitenziario del Pertini. Ora la famiglia chiede di poter vedere la salma prima che sia ricomposta. Vuole accedere al più presto alle foto dell’autopsia. Perché, finora, le due cose sono state negate. [n.d.r.: successivamente le foto del cadavere di Stefano sono state rese pubbliche per volontà della stessa famiglia]
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Polizia assassina, Stato criminale.

30 10 2009

Federico Aldrovandi muore in seguito ad un fermo di polizia a Ferrara mentre stava tornando a casa da una serata con gli amici, correva l’anno 2005, era il 25 settembre. Aldo Bianzino viene trovato morto nel carcere Capanne a Perugia 48 ore dopo l’arresto nella sua casa di campagna vicino a Città di Castello per coltivazione e detenzione di marijuana, correva l’anno 2007, era il 14 ottobre. Stefano Cucchi muore nel reparto detentivo dell’ospedale Pertini a Roma sei giorni dopo il suo arresto per detenzione di marijuana, correva l’anno 2009, era il 22 ottobre.
Junius





Quando la Bolognina fu teatro della svolta di Occhetto

10 11 2009

di Marco Marozzi

Anche Achille Occhetto ha un 17 nella sua storia: in via Tibaldi 17 il 12 novembre 1989 annunciò quella che sarebbe stata la «svolta della Bolognina». Il cambio del nome del Pci. Tre giorni dopo il crollo del Muro di Berlino. Accadde in un centro di quartiere zeppo di partigiani che celebravano una battaglia di 45 anni prima, a due passi dalla bolognese Piazza dell´Unità.
A suo modo anche via Tibaldi 17 è storia. Vent´anni dopo il «monumento» risorgerà a nuova vita.

Il quartiere si è trasferito. La storia pure. L´etica si fa estetica. Era domenica, quel 12 novembre 1989. Ancora adesso gente come Lucio Magri nel suo libro ripete che tutto era organizzato dalla regia Pci. Non si rassegnano quelli del Manifesto, «quotidiano comunista», ad accettare la casualità del presepe bolognese in cui il segretario del Pci decise di far crollare il nome «comunista» per non far crollare il Pci. Occhetto ai veterani della Resistenza: «Dobbiamo inventare strade nuove» titolò in prima pagina l´Unità. Di taglio, ma con occhiello shocking: «A chi chiede se il Pci cambierà nome risponde: “Tutto è possibile”». Svolta colossale, per le parole e l´atteggiamento del giornale. «Bisogna inventare nuove strade» fu molto più prudente l´agenzia Ansa, che ponderò per ore ed ore prima di lanciare il dispaccio.

Occhetto arrivò a Bologna per un incastrarsi di casi. L´11 novembre era a Mantova per la mostra di Giulio Romano. William Michelini lo pungolò: «Dici sempre che vieni a Bologna. Domani i partigiani della Bolognina celebrano i 45 anni di una battaglia. Andiamoci». Occhetto a questa città era molto legato, non solo per la moglie Aureliana Alberici, ex assessore con mamma mitica per le tagliatelle. In via Tibaldi arrivò quasi improvviso. Con due giornalisti, Giampaolo Balestrini e Walter Dondi di Ansa ed Unità, catapultati all´ultimo momento dalle loro redazioni. Poi Umberto Gaggioli, operaio, comunista, gran fotografo di popolo.

Il segretario Pci in grisaglia a righe fu accolto da anziani con bandiere partigiane in quello che era un Ufficio Anagrafe. Discorsi prefissati. Occhetto, con uno scambio di biglietti, chiede di parlare. A braccio. Paragona i partigiani ai “veterani” dell´Urss a cui Gorbaciov aveva detto. «Voi avete vinto la guerra e se ora volete che non venga persa, è necessario non conservare ma avviare grandi trasformazioni». «Dal momento che la fantasia politica in questo fine 1989 sta galoppando, – aggiunge Occhetto – nei fatti è necessario andare avanti con lo stesso coraggio di allora, della Resistenza».

Applausi, feste. I giornalisti stanno andandosene. «Ma pensammo: avrà voluto dire che il Pci cambiava nome?» raccontano Dondi e Balestrini. Tornano indietro. Cosa fanno pensare le sue parole, domandano ad Occhetto. «Lasciano presagire tutto» è la risposta. Tutto cosa? «Dite che tutto è possibile».

Mauro Zani, allora segretario di Bologna, era già andato via. Sgrana gli occhi quando i cronisti lo informano. Comincia una nuova storia. Ma quella domenica in Italia se ne accorgono in pochi. Ci vogliono Roma, la Segreteria, la Direzione Pci. Bologna resta Bolognina.





Libro su Aldro, minacce di morte all’autrice.

30 10 2009

“Ricordati che devi morire”. È la telefonata anonima che si è vista recapitare Francesca Boari, insegnante di Storia e Filosofia al liceo Ariosto di Ferrara. La chiamata risale alle 20.17 di martedì scorso. In quel momento la vittima era al telefono con Patrizia Moretti, la madre di Federico Aldrovandi. È scattata così la segreteria e solo dopo aver attaccato la conversazione la docente ha potuto ascoltare quanto registrato.

Le due donne stavano parlando dell’appuntamento si sabato prossimo, quando alle 17.30, a Palazzo Bonacossi, Boari presenterà il suo ultimo libro, che parla proprio della tragica storia del 18enne.
Il volume, edito dalla Corbo Editore, si intitola “Aldro” (con la prefazione di Gaetano Sateriale) e parte dal fatto di cronaca avvenuto all’alba del 25 settembre 2005 per parlare dei temi legati all’adolescenza, con la sua fragilità, le sue qualità, potenzialità e sofferenze, ma anche con i dubbi e gli errori legati a un’età non semplice. Il tutto da un punto di vista neutrale rispetto ai risvolti giudiziari, senza mitizzare la figura di Federico o farne un martire.

E a pochi giorni dalla presentazione del libro arriva questa telefonata. Preceduta da una decina di altre chiamate (in quel caso mute), sempre anonime sul cellulare della scrittrice. E proprio a questo fatto, alla sua “intromissione” nella vicenda Aldrovandi, Francesca Boari collega questi episodi.
È stata giusto l’ultima chiamata a farle balenare questo pensiero. Dall’altra parte della cornetta “erano udibili alcune voci di sottofondo – racconta –; poi ha parlato un uomo dall’accento spiccatamente meridionale. Mi ha detto “ricordati che devi morire, lo sai”. Poi mi ha dato della “zoccola”, specificando “in senso bonario””. A questo punto della conversazione è subentrata una voce femminile. Quindi di nuovo quella maschile: “spiegando che “ti fai troppo gli affari dei tuoi amici, sei troppo altruista”. Alla fine l’uomo ha detto “speriamo che non ci venga a trovare qui dove lavoriamo”, specificando un indirizzo (via e numero civico) di Roma, che corrisponde alla sede dell’Università della Sapienza.

Francesca Boari si è presentata ieri in procura per sporgere denuncia contro ignoti e depositando la registrazione della telefonata. Intanto si appresta alla presentazione di sabato con qualche timore che non riesce a nascondere. “Mi sembra assurdo che qualcuno se la prenda con me – confida la professoressa -; avevo previsto dei risvolti e delle polemiche sul mio libro, ma non certo di questo tipo. Quello che ho scritto non ha nulla a che vedere con l’inchiesta, non ho offeso nessuno; non è nemmeno un libro politico, ma una storia introspettiva”.
Sui perché ora indagherà la procura.

Da “estense.com”