

Lido di Pomposa, febbraio 2008. Sono passati pochi mesi dalla fine dell’estate, ma sono sembrati abbastanza per sconvolgere una volta di più il paesaggio di questo tranquillo lido. Come per incanto, una nuova colata di cemento e un nuovo bosco di mattoni hanno cancellato per sempre una gran parte dei prati e degli spazi verdi che affiancavano prima la spiaggia.
Senza poter sfuggire all’avanzata dell’incessante sviluppo,sempre più spesso confuso con la voglia di progresso, questa zona ha conosciuto un incremento edilizio spettacolare, oltre che uno scippo continuo di spazio rubato all’ecosistema di boschi e dune fossili.
La situazione sembra essere da tempo fuori controllo. Il piano regolatore concepito per questo Lido, ha sicuramente subito, dagli anni ’50 in poi, progressive modificazioni e adattamenti, pur rimanendo sostanzialmente coerente nel tempo. Le prime “magnificenze architettoniche” si sono viste con la costruzione dei grandi palazzi bianchi e blù quasi sulla riva del litorale, e sono continuate negli anni Novanta con le prime villette a schiera sulla spiaggia, unicamente a uso e consumo di una certa elitè privilegiata, e destinate da subito ad una rapida svalutazione.
Ma è da qualche tempo, una decina d’anni circa, che ad occupare la scena immobiliare è un ricco mecenate ferrarese, che grazie ad una serie di condizioni favorevoli a lui ma non solo a lui, è riuscito a mettere in atto un progetto ambizioso quanto dannoso.
Grazie a precisi accordi con l’amministrazione locale, il gruppo del facoltoso investitore, è riuscito a ricoprire l’intera zona delle sue prodezze architettoniche, che per aspetto e struttura risultano completamente incompatibili con l’intero sistema di regolazione edilizia. Davvero non è possibile allo stato attuale dei fatti vedere una via d’uscita da questa distruzione continua del paesaggio e della vegetazione che compongono il litorale ferrarese. Oltre al danno visivo e ambientale di questa nuova giungla di cemento, si deve aggiungere il pericolo per il fragile ecosistema faunistico, messo a dura prova da anni di ruspe e di urbanizzazione selvaggia.
È il caso a questo punto di fare un tentativo per individuare le responsabilità che hanno portato la situazione a questo punto di limite. Va per sé che, ad essere chiamata in causa, debba essere l’intera amministrazione locale, politici e assessori di Comacchio e dei suoi Lidi. La palese commistione di interessi e di accordi economici tra le due parti in causa, attraverso la continua erogazione di concessioni edilizie, è riuscita a garantire la prosecuzione di questo legame per anni e anni. L’afflusso di ricchezza nelle casse dei comuni interessati, attraverso il pagamento delle tasse sui terreni occupati dalle costruzioni, ha permesso la presenza di decine e decine di case sfitte, che probabilmente non vedranno mai occupazione. Come possiamo scambiare un paesaggio così speciale, con le valli e tutta la sua unicità, in cambio di una nuova era di turismo fagocitante consumo d’estate e una groviglio di vuote e aride case d’inverno, tutte uguali una all’altra, che affollano deserte quegli spazi che prima erano liberi e aperti a tutti. È da troppo tempo che questa situazione va avanti, ed è giunto il momento di fermarsi a riflettere. La lotta per la salvaguardia del nostro territorio è cosa che deve riguardare tutti noi, a qualsiasi livello e grado. Politicamente deve essere priorità, e socialmente un valore. Ciò che dovrebbe muovere l’azione politica, la nostra azione politica, è la volontà di sovvertire l’attuale stato di cose. La logica del profitto e del consumismo non è affar nostro, e noi la rifiutiamo.
Antonio Vergoni
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