Campagna del PRC di Ferrara nei luoghi di studio e di lavoro in vista dello sciopero generale del 12 dicembre !

30 11 2008

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  • PER INFORMAZIONI: GIORGIO CHIARANDA, 333/8280668 – georgikon@tele2.it .

LA VOSTRA CRISI NON LA VOGLIAMO PAGARE !!

Stiamo avviando anche a Ferrara la campagna davanti ai luoghi di lavoro, in preparazione dello sciopero generale del 12 dicembre.

Volantinaggi, incontri e assemblee con le lavoratrici e i lavoratori, dibattiti. Davanti alle fabbriche, ai luoghi della produzione industriale, ma anche nei servizi, dai trasporti alle grandi aziende del commercio, al lavoro pubblico.

La volontà è quella di un percorso non episodico, che ricostruisca reti di relazioni e presenza organizzata.
Un percorso che si intreccia con l’inchiesta: verranno infatti distribuiti e compilati anche questionari lampo sui primi effetti della crisi sul terreno della materialità dei processi ma anche del vissuto e della soggettività di lavoratrici e lavoratori. Per noi non è un optional lo sviluppo di questo percorso. Non lo è rispetto all’obiettivo decisivo della riuscita dello sciopero generale, non lo è rispetto al contesto in cui ci muoveremo nei prossimi mesi.
La crisi determina uno scenario pesantissimo.
Con la cassa integrazione che si moltiplica e con il problema, per chi vi accede, di come riuscire ad arrivare alla fine del mese con il salario decurtato, se già non ci si arrivava prima.
Con il problema drammatico dei precari: quattro milioni di persone prive di ogni garanzia, seicentomila già a rischio per il sommarsi della crisi economica nell’industria con i provvedimenti del governo sul lavoro pubblico.
Con il dramma aggiuntivo dei lavoratori migranti, che per una legge razzista e incivile rischiano di perdere con il lavoro, il permesso di soggiorno: espulsi o ricacciati nell’irregolarità, magari dopo anni di lavoro in questo paese. La ricetta della Lega per gestire la crisi è tanto semplice quanto barbara: trasformare l’ansia in un salto di qualità nella produzione di capri espiatori, di conflitto orizzontale, di ferocia sociale.
La chance di contrastare la regressione possibile sta nella messa in campo di un’iniziativa a tutto tondo: di denuncia, di piattaforma, di conflitto, che ricostruisca nella crisi una connessione, che consenta di individuare nuovamente a sinistra la possibile via d’uscita. Non è un esito scontato, se è vero come è vero che non solo siamo nell’onda lunga di una sconfitta trentennale, ma che la sinistra ha consumato nell’attraversamento recente della fase di governo la propria credibilità. E’ un percorso che richiede idee, proposte, modificazioni delle modalità dell’agire politico, come dimostra il successo dei gruppi di acquisto popolare, la pratica di forme di mutualismo che rispondano alla disgregazione ricostruendo anche per questa via la possibilità di riconoscersi come parte di un’agire collettivo.Saremo dunque nelle prossime settimane davanti ai luoghi di lavoro, con la volontà di avviare un percorso lungo, dentro le contraddizioni esistenti. Diremo che la crisi non è piovuta dal cielo, ma è la conseguenza di trent’anni di politiche neoliberiste, in cui la deregolamentazione selvaggia della finanza è stata l’altra faccia della medaglia di un mondo di bassi salari, di una gigantesca redistribuzione della ricchezza prodotta a favore di profitti e rendite, in cui il consumo è stato garantito dal crescente indebitamento dei lavoratori, mentre nei paradisi fiscali si concentra un quarto della ricchezza mondiale prodotta ogni anno.
Diremo che ci vuole un aumento significativo di salari e pensioni e un salario sociale per rispondere alla crisi con uno strumento generale di garanzia rispetto alle mille frammentazioni delle tipologie di lavoro, alle tante facce della precarietà e che le risorse vanno prese dalla rendita, dall’evasione fiscale e contributiva, dalla tassazione dei movimenti speculativi di capitali.
Diremo che il ritrarsi del pubblico, privatizzazioni e liberalizzazioni, invece dei benifici annunciati dalla propaganda liberista, non sono stato altro che il modo per promuovere un gigantesco processo di spoliazione, sfruttamento e messa a valore della natura oltre che del lavoro, all’origine di una crisi ambientale, energetica e climatica, che richiede un cambiamento radicale dei modelli di sviluppo.
Per sottrarre spazi alla logica di mercato, alla valorizzazione del capitale come meccanismo sovradeterminante dei processi di riproduzione sociale e riconsegnarli alla scelta democratica, alla sovranità collettiva sul proprio futuro. La elaborazione di una piattaforma all’altezza della crisi della globalizzazione capitalistica, deve accompagnarsi alla capacità di costruire un senso comune di massa su a chi imputare la responsabilità della situazione presente, opposta all’operazione reazionaria delle destre, generalizzando la consapevolezza espressa dal movimento degli studenti. La politica del Governo Berlusconi e di Confindustria, ha fin qui determinato una manovra pesantissima di tagli e ristrutturazione del sistema di welfare, dalla sanità agli enti locali, intrecciata all’attacco ai diritti del lavoro.
Un attacco che dalla legge 133 alla controriforma del processo del lavoro, agli annunci sul diritto di sciopero, ha avuto e ha al suo centro la riscrittura del sistema della contrattazione, la volontà di frammentare e impoverire ulteriormente i lavoratori, cancellare l’autonomia del sindacato, riscriverne il ruolo: “complice” delle imprese nella gestione dei rapporti di lavoro e di interi pezzi di uno stato sociale da cui la presenza pubblica si ritrae ulteriormente.
Ora a fronte della crisi, la sua ricetta è quella di destinare risorse pubbliche al sistema bancario lasciando invariati assetti proprietari e modalità di funzionamento, puntare sulle grandi opere, destinando pochissimo alle fasce sociali più disagiate. Lo sciopero generale del 12 indetto dalla Cgil e dai sindacati di base, deve rappresentare per noi e per l’intera sinistra il modo per far vivere nel dibattito pubblico e a livello di massa una proposta radicalmente alternativa a quelle politiche, per costruire una uscita da sinistra alla crisi di un intero modello di sviluppo.

IL QUESTIONARIO DELL’INCHIESTA-LAMPO>





Il padre delle università-fondazioni? Nicola Rossi, Partito Democratico

27 11 2008

<!–[if gte mso 9]> Normal 0 14 false false false MicrosoftInternetExplorer4 <![endif]–><!–[if gte mso 9]> <![endif]–> Il Min. Gelmini ha appena dichiarato, in un’intervista su sky, che l’onorevole dell’opposizione parlamentare che stima maggiormente è Nicola Rossi, senatore del PD.

Ecco perchè. Nicola Rossi nel febbraio 2006 (erano quindi gli ultimi mesi del precedente Governo Berlusconi) ha fatto una proposta di legge sulle università-fondazioni che lo fa diventare il miglior maestro della Gelmini…quindi, perchè fidarsi della pseudo opposizione parlamentare del PD e dei provocatori piddini nel movimento studentesco ???

Ecco alcuni passaggi della presentazione da parte del sen. Nicola Rossi della sua stessa proposta di legge:

” L’obiezione che in Italia non esistano, come si diceva una volta, le «condizioni politiche» per attuare una ristrutturazione dell’intero sistema universitario può, purtroppo, avere fondamento. Ad essa cerca di rispondere la presente proposta di legge, che è così riassumibile.
È data facoltà alle università (pubbliche o private) che, nel rispetto delle loro attuali procedure statutarie, lo decidano, di trasformarsi in fondazioni universitarie e godere della più completa autonomia finanziaria, gestionale, didattica e scientifica. Esse, e solo esse, saranno libere di assumere il personale docente e non docente con contratti di diritto privato sottoposti solo al vincolo della legge, di organizzare l’intera struttura della didattica (dai corsi di laurea di primo livello ai dottorati di ricerca), di stabilire le norme per l’ammissione degli studenti e di fissare le tasse di frequenza, di provvedere in piena autonomia ai servizi connessi (dalle mense agli alloggi per gli studenti o per i docenti), di acquisire risorse da destinare esclusivamente alle attività statutarie della fondazione.
Contestualmente, nel bilancio dello Stato verrebbe creato un «Fondo per le università autonome» costituito dai trasferimenti già in essere verso le università che avessero optato per la trasformazione e aumentato di una significativa percentuale. [...] il finanziamento di un massiccio programma di borse di studio (inclusive del pagamento delle tasse di frequenza) riservato alle università che avessero optato per la trasformazione ” [...]

“Al personale docente e non docente in servizio presso le università che avesse optato per la trasformazione e che preferisse conservare lo status precedente verrebbe data la possibilità di trasferirsi – entro un congruo periodo di tempo – presso un’altra università che non avesse optato per la trasformazione e che ne avesse fatto richiesta o, se del caso, in altro impiego pubblico.  ” [...]

“Riassumendo, gli atenei che liberamente optassero per la trasformazione sarebbero assolutamente autonomi nell’assunzione del personale (con stipendi liberi e, se lo ritenessero opportuno, differenziati), nell’organizzazione dei curricula e dei corsi, nell’ammissione degli studenti. Stabilirebbero le rette (tasse) di frequenza” [...]

” Il «valore legale del titolo di studio» sarebbe semplicemente sostituito dalla prescrizione di un principio di mutuo riconoscimento da parte di altre istituzioni universitarie europee.
Inutile dire che il passaggio al nuovo sistema imporrebbe una revisione profonda dei comportamenti degli atenei coinvolti. Lo stato giuridico pubblico dei professori non si applicherebbe più. La gestione degli atenei non sarebbe più appannaggio dei docenti ma di manager con specifiche competenze. La libertà degli atenei di fissare rette dovrebbe utilmente accompagnarsi (oltre che alle borse di cui si è detto) a un impegno massiccio per l’accensione di prestiti d’onore, il modo socialmente più equo di finanziare la formazione universitaria. La gestione delle residenze universitarie, restituita alle università, imporrebbe a queste ultime di competere tra loro nell’attrarre gli studenti anche sulla base dei servizi complessivamente offerti. In questo quadro sarebbe ragionevole che il finanziamento dei privati alle università goda di importanti vantaggi fiscali. “

Andrea







Accordo Venezuela – Russia

27 11 2008
Accordo Venezuela-Russia su nucleare, petrolio e banca comune Stampa E-mail

L’intesa apre nuovi scenari economici e politici per l’intera America Latina

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Un’alleanza strategica è stata raggiunta da due protagonisti della scena mondiale, Hugo Chavez e Dmitri Medvedev. Due potenze del calibro del Venezuela e della Russia, sfidando il monopolio monetario americano, pianificano la fondazione di una «banca comune» finalizzata a supportare gli investimenti nei due Paesi e ad imporsi come valuta di scambio sul mercato interno

Un atto di delegittimazione del dollaro in linea con la politica latino-americana e con gli interessi russi, un attacco sferrato nel momento di maggiore crisi del sistema finanziario-economico Usa, proprio mentre deve fronteggiare la dipendenza dall’altro grande concorrente internazionale, la Cina, che detiene una quota consistente del suo debito pubblico. Un triangolo delle Bermuda per gli Stati Uniti, stretti in una morsa mortale da Cina, Russia e America Latina. Un continente, quest’ultimo, che si sta emancipando dal giogo americano, che ne ha minato l’autonomia nazionale e lo sviluppo democratico, relegandola a teatro di sudditanza ideologica ed economica attraverso il saccheggio delle sue risorse e la complicità con regimi dittatoriali favoriti e collusi con i governi e i servizi militari Usa. È finita l’era in cui l’America Latina, come amava dire Henry Kissinger, era il «backyard», cortile di casa, degli Stati Uniti.

Questo «potenziale campione» delle future relazioni di collaborazione tra Mosca e Caracas, come ha definito Chavez il futuro istituto bancario, dovrebbe venire alla luce rapidamente, si parla addirittura di dicembre, anche se rimane ancora da definire l’apporto di capitale che ognuno dei due Paesi dovrà metterci. Che una fitta trama di interessi economici – e non solo – si stesse tessendo era noto ormai da tempo, la novità è che questa rete di relazioni ed interdipendenze viene definitivamente ufficializzata con la prima visita di un presidente russo nel Paese sudamericano. Ora si parla dello sviluppo di alleanze in settori chiave con tutti i Paesi del continente. Non è un caso la partecipazione di Medvedev all’Alternativa Bolivariana per le Americhe (Alba), in cui i leader dei Paesi membri e il presidente ecuadoriano Rafael Correa si sono impegnati per la realizzazione di una «zona monetaria» che permetta l’indipendenza commerciale per la regione.

Tra gli accordi firmati a Caracas da Chavez e Medvedev uno spicca per il valore monopolizzante che assume all’interno degli equilibri internazionali nel delicato campo energetico: «la cooperazione in materia nucleare per scopi pacifici». Nel merito, si tratta di promuovere «progetti bilaterali» finalizzati a soddisfare il fabbisogno energetico nazionale e a contribuire alla diversificazione delle stesse fonti. Anche in nome dell’autosufficienza energetica dal Medioriente filoamericano. Da sfondo alla cerimonia a Palazzo Miraflores, sede del governo venezuelano, l’arrivo al porto di La Guaira, a trenta km dalla capitale, del tanto discusso incrociatore nucleare russo Pietro il Grande, accolto dalla fanteria venezuelana con 21 cannonate in segno di benvenuto.

Nelle prossime ore il presidente russo si recherà a Cuba dopo otto anni di assenza. L’ultimo incontro ufficiale risale al 2000, poi i rapporti si sono raffreddati per la decisione di Vladimir Putin di chiudere la base di Lourdes, epicentro di spionaggio ed intercettazioni durante la Guerra Fredda. Sarà una tappa veloce, di un solo giorno, che fa seguito alla visita dello scorso ottobre del ministro degli Esteri cubano Felipe Pérez Roque a Mosca, in cui è stato annunciato pubblicamente «il superamento della pausa intercorsa nel decennio passato». Se a margine si tratterà il credito di 20 milioni di dollari destinato all’Avana per l’acquisto di equipaggiamenti russi nei settori del petrolio e dei trasporti, di fatto in gioco c’è l’opzione russa sui giacimenti di petrolio al largo dell’isola. Ben 21 miliardi di barili già nel mirino di prospezioni di imprese da Brasile, Canada, Spagna e Venezuela, una partita da cui non vuole rimanere fuori Medvedev. Anche alla luce di un accordo di massima che Cuba ha già con investitori russi per la modernizzazione dei gasdotti di tecnologia sovietica sul suo territorio.

(27.11.08)

(da: www.larinascita.org)





Il socialismo è l’alternativa

25 11 2008

Si è concluso il 10° Incontro internazionale dei Partiti comunisti e operai

di PCdoB

su altre testate del 25/11/2008

Il 10° Incontro Internazionale dei Partiti comunisti e operai si è svolto con successo a San Paolo, Brasile, dal 21 al 23 novembre 2008, ospitato dal Partito Comunista del Brasile. Vi hanno partecipato 65 partiti di 55 diversi paesi.

I rappresentanti dei partiti sono intervenuti sul tema dell’incontro: “Nuovi fenomeni nel contesto internazionale. Crescenti contraddizioni e problemi nazionali, sociali, ambientali ed interimperialisti. Lotta per la pace, la democrazia, la sovranità, il progresso e il socialismo e unità d’azione dei Partiti comunisti e operai”.

I testi di questi interventi saranno pubblicati integralmente dal partito ospitante.

L’incontro ha consentito un importante scambio di idee tra i partiti presenti. Al 10° incontro è pervenuto un messaggio dal Presidente della Repubblica Federale del Brasile, Luis Inacio Lula da Silva, in cui viene espresso “il riconoscimento di tutte le vostre lotte in difesa dei lavoratori e dei ceti più poveri” e “il vostro impegno nella costruzione di un nuovo ordine economico internazionale”.

Il 10° Incontro si è realizzato nel pieno di una grave crisi del capitalismo, tema che è stato presente in tutti gli interventi. Molti partecipanti hanno fatto rilevare la natura strutturale e sistemica della crisi, mettendo l’accento sul fatto che la crisi rappresenta una caratteristica dello sviluppo capitalistico, in questo caso accresciuta dalle politiche finanziarie neoliberali degli ultimi decenni.

L’attuale crisi dimostra il completo fallimento e il collasso del neoliberalismo – hanno detto gli intervenuti – ma non rappresenta automaticamente la fine del capitalismo. Al contrario, la borghesia sta utilizzando il suo potere politico nei paesi più sviluppati per mettere in atto un’ “operazione di recupero” del sistema. Tali misure non renderanno il capitalismo più virtuoso, ma faranno pagare ai lavoratori il costo del tentativo di risolvere le contraddizioni intrinseche al sistema stesso.

Questa grave crisi distrugge anche il mito secondo cui la controrivoluzione del 1989-1991 avrebbe rappresentato la vittoria finale e irreversibile del capitalismo. Essa mette in evidenza i limiti del capitalismo come sistema sociale e la necessità del suo superamento rivoluzionario.

In merito alla questione della crisi capitalistica, i 65 partiti hanno approvato la “Dichiarazione di San Paolo” (che riportiamo di seguito – ndr), in cui si afferma che “il socialismo è l’alternativa”.

Molti partiti hanno rilevato il significato positivo della crescente opposizione all’egemonia degli Stati Uniti nel mondo, notando che l’umanità è entrata in una fase di rafforzamento della lotta antimperialista, per l’indipendenza, lo sviluppo e il progresso sociale dei popoli e delle nazioni. A tale proposito alcuni partiti hanno messo in evidenza l’importanza dell’emergere di nuove alleanze dei paesi in via di sviluppo, come, ad esempio, IBSA (il forum trilaterale tra India, Brasile e Sud Africa) e gli incontri regolari del BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) quali espressioni di un rafforzamento delle relazioni Sud-Sud.

Per tutti i Partiti comunisti e operai presenti, la crisi rafforza la necessità di far avanzare la questione della transizione al socialismo, e di intensificare la battaglia delle idee tra i popoli nel momento in cui i limiti del capitalismo appaiono così evidenti a tutti. I partiti presenti hanno anche valorizzato quanto sia importante sul piano simbolico avere realizzato il loro incontro annuale per la prima volta in America Latina, mettendo così in rilievo l’internazionalizzazione dei processi connessi a tale incontro, e considerando che questa regione è diventata un polo della resistenza anti-neoliberale e antimperialista.

Il 10° Incontro ha adottato una dichiarazione di “Solidarietà con i Popoli dell’America Latina e dei Caraibi”, che saluta le lotte popolari e le recenti vittorie ottenute nel continente dalle forze democratiche, progressiste e antimperialiste, ivi compresi i comunisti.

I partecipanti all’Incontro hanno espresso profonda preoccupazione per l’esplosiva situazione nel Medio Oriente, provocata dai piani imperialisti USA di riconfigurare la regione, dall’occupazione dell’Iraq e dalla continua oppressione del popolo palestinese da parte di Israele. I partiti presenti hanno richiamato l’attenzione in particolare sulla crisi umanitaria a Gaza, causata dall’assedio di Israele, di cui hanno chiesto la cessazione, insieme all’eliminazione del muro razzista e degli insediamenti israeliani.

I partecipanti hanno deciso di promuovere una serie di azioni comuni, quali: iniziative sulla crisi capitalista; campagne di solidarietà con Cuba, in occasione del 50° anniversario della Rivoluzione cubana; iniziative anti-NATO in occasione dei 60 anni della sua fondazione; azioni di solidarietà con la Palestina, comprese visite di delegazioni a Gaza.

I delegati dei 65 Partiti comunisti e operai hanno preso parte ad una manifestazione di solidarietà con le lotte dei popoli latinoamericani. In tale occasione, essi hanno avuto la possibilità di ascoltare, insieme ai militanti comunisti brasiliani, i discorsi dei rappresentanti di movimenti sociali e politici e progressisti dell’America Latina e di ribadire la loro solidarietà internazionalista.

San Paolo, 23 novembre 2008

Comunicato a cura del Partito Comunista del Brasile (PCdoB)

Traduzione di Mauro Gemma per http://www.lernesto.it