di Andrea Musacci
Confrontando le notizie e le informazioni che si trovano facilmente su internet, con l’immagine che tv e giornali danno del Dalai Lama e della situazione politica e sociale nella regione tibetana, ben si comprende come dietro la versione ufficiale ci sia una chiarissima politica ideologica anticinese portata avanti dall’imperialismo USA e dai suoi servi europei.
1) Il feudalesimo dei Lama e Mao
La regione del Tibet entrò a far parte dell’impero cinese nel XIII secolo, nel 1904 fu occupata dall’Impero inglese, e fino al 1949 fu controllata dal regime reazionario di Chiang Kai-shek; solo nel ’49, anno della conquista del potere da parte dei Comunisti di Mao, finì il secolare potere feudale e schiavista dei vari Dalai Lama. La situazione sociale pre-maoista era, infatti, a dir poco agghiacciante. Questi ultimi possedevano i loro servi come veri e propri oggetti, potendoli torturare ed uccidere a proprio piacimento. Le torture punitive consistevano in amputazioni di braccia e gambe, asportazioni di lingua e occhi, in frustate e successiva morte per agonia. Ecco alcune citazioni da “Sette anni in Tibet”, di H. Harrer (come si vedrà, caro amico dell’aristocrazia buddista, e quindi non certo interessato ad infangare l’immagine del Tibet): Mi raccontarono di un uomo che aveva rubato una lampada dorata al burro da uno dei templi di Kyirong. (…) Gli furono pubblicamente mozzate le mani, e il suo corpo mutilato, ma ancora vivo fu avvolto in una pelle di yak bagnata. Quando smise di sanguinare, venne gettato in un precipizio (…). Oppure: La supremazia dell’ordine monastico nel Tibet è assoluta, e si può confrontare solo con una severa dittatura . L’autorità comunista attuò gradualmente grandi riforme eliminando il sistema di schiavitù, di servitù della gleba e l’utilizzo di mano d’opera non salariata portato avanti per secoli dalla casta dei monaci. Costruì strade moderne, ospedali e scuole, riducendo in gran parte disoccupazione e miseria; espropriò molte terre di signori e ricchi monaci e le diede agli affittuari e ai contadini senza terra; la libertà religiosa divenne davvero tale, non fu più un obbligo. L’attuale Dalai Lama (Tenzin Gyatso), nato nel 1935, non ha mai rinnegato il passato feudale del suo Tibet lamaista, e non ha mai riconosciuto i grandi meriti della Cina maoista (tant’è che vive in India dal 1959).
2) Il Dalai Lama e la CIA
Il buon Dalai Lama e la sua cricca reazionaria non potevano rimanere fermi davanti all’avanzata comunista. Il movimento tibetano (formato da circa 1800 uomini, una parte di questi addestrato nel Colorado) ricevette quindi consistenti ‘donazioni’ dal governo degli USA. Tra il 1959 e il 1972, la CIA versò 1,7 milioni di dollari nelle banche del cosiddetto “Governo Tibetano in esilio” e 180.000 dollari annuali direttamente al Dalai Lama. Solo nell’ottobre del 1998 Tenzin Gyatso e i suoi uomini riconobbero di essere stati per quasi vent’anni nel libro paga della CIA . Lo stesso Dipartimento di Stato di allora scriveva: Il Tibet diventa una zona strategica ideologicamente importante. L’indipendenza del Tibet può servire come lotta contro il comunismo, è nostro interesse riconoscerlo come paese indipendente anziché come parte integrante della Cina (…) Il riconoscimento dell’indipendenza del Tibet non è la questione veramente importante. Si tratta della nostra strategia contro la Cina.
3) Gli amici nazisti del Dalai Lama
Precedentemente il Tibet, non solo per il suo fascino esoterico, ma soprattutto per interessi geopolitici, attirò alcuni importanti comandanti delle SS naziste come Heinrich Harrer e Bruno Beger. Harrer (famoso, oltre come scalatore, per essere l’autore del libro “Sette anni in Tibet”) nel 1933 entro nelle SA, e nel 1938 non solo s’iscrisse al Partito Nazionalsocialista, ma entrò anche nelle SS. In Tibet, per il giovane nazista cominciò una nuova vita, oltre che una profonda amicizia con il Dalai Lama, la massima autorità religiosa buddista. Un’altra interessante amicizia, il Dalai Lama, costruì anche con Beger: Nella delegazione c’era anche Bruno Berger, criminale di Norimberga, che s’intrattenne con il Reggente dell’attuale Dalai Lama (il 14°), e strinse con quest’ultimo un’amicizia durata tutta la vita.
4) Conclusioni
Tutto ciò dimostra come il Dalai Lama sia nient’altro che un prodotto della propaganda imperialista USA; la Cina è ormai destinata a diventare la prima potenza mondiale, il suo sviluppo economico, seppur tra gravi contraddizioni, se eviterà la strada già sconfitta del capitalismo selvaggio, può oggettivamente rivelarsi una forte alternativa agli USA. Gran parte del merito di tutto ciò è di Mao Zedong e della sua politica socialista di modernizzazione, che ha liberato dopo secoli il Tibet e la Cina dal mondo medievale. Gli USA non potevano permettere tutto ciò; e pur di evitarlo, hanno agito come sempre il loro criminale anticomunismo li ha fatti agire nel Novecento: tramite l’appoggio politico, militare e finanziario a chiunque potesse opporsi al movimento comunista internazionale, che questo fosse Pinochet, un governo feudale come quello tibetano o i talebani nel ’79.
Andrea Musacci (http://andremusa.wordpress.com)
CITAZIONI: – H. Harrer, Sette anni nel Tibet ;
- http://dweb.repubblica.it/dweb/1997/06/24/attualita/dalmondo/012pri5612.html
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