Se parlare di delusione dopo la lettura della sentenza sarebbe usare un eufemismo per la difesa che se ne in tutta fretta va raccogliendo borse e cartelle, l’altro volto dell’aula B è invece quello fatto delle lacrime e degli abbracci che circondano Patrizia Moretti, Lino e Stefano Aldrovandi e gli amici di Federico.
“È quello per cui abbiamo sempre lottato – dice Patrizia tra le lacrime -; questa sentenza era l’unica possibile, l’unica giusta, l’unica cosa logica. È il riconoscimento di quello che è successo a mio figlio”. Anche se per la “madre-coraggio”, che con il suo blog è riuscita a far emergere al silenzio cui sembrava destinata la morte di Federico , “la giustizia vera sarebbe poter far tornare mio figlio”. Patrizia Moretti ricorda proprio la sua battaglia iniziata dal suo diario telematico: “il nostro impegno pubblico ha influito su questa vicenda – afferma -, perché ha permesso ai media di far conoscere il caso di Federico a tutta l’Italia”. In questi lunghissimi quattro anni e in quelle lunghissime cinque ore di camera di consiglio “ho avuto in certi momenti paura che se la cavassero, ma in fondo ci ho sempre creduto, altrimenti non avrei avuto la forza di andare avanti”.
Mentre si asciuga le lacrime Patrizia volge lo sguardo indietro, a quello che era la sua quotidianità prima del 25 settembre 2005. “La mia vita era piena di musica – dice mentre cerca nell’aula con lo sguardo il figlio Stefano -, mi svegliavo e con due figli in casa c’era sempre rumore. Tutto questo mi è stato portato via, per sempre”.
“Io non ho mai avuto paura– aggiunge il papà Lino -. Questa sentenza rispetta la giustizia e la dignità. Adesso tutti i poliziotti che l’hanno offeso dovranno chiedere chiedergli scusa: mio figlio non era un drogato. Voglio che ora quei quattro dismettano la divisa”.
Uno dei primi cui vanno i ringraziamenti dei genitori è il pm Nicola Proto, subentrato nel marzo 2006 alla prima pm che seguì inizialmente la vicenda per poi lasciare per “motivi personali”: “io non ho fatto né di più né di meno di quello che dovevo – si schermisce -. Il mio arrivo nella conduzione dell’inchiesta non ha cambiato nulla, non ho avvertito nessun peso nell’ereditare queste indagini. Vedremo ora la motivazione della sentenza per sapere se il giudice ha accolto in pieno la nostra ricostruzione”.
Tocca poi ai legali di parte civile. Il primo a essere tradito dall’emozione è Beniamino Del Mercato. Anche lui piange: “il rischio in questa vicenda è stato quello che è successo, o meglio non è successo, nei primi cinque mesi dopo la morte di Federico, sia per quanto riguarda gli imputati che per quanto concerne gli apparati istituzionali, che hanno tenuto un atteggiamento tanto sbagliato da risultare controproducente”.
Riflette infine sul significato di questa storia, cui mancherà sempre un lieto fine, Fabio Anselmo: “dobbiamo chiederci che mondo la nostra generazione ha lasciato ai ragazzi di oggi, un mondo ostile. E questa sentenza lo certifica”.
da www.estense.com
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