In questi giorni assistiamo ad un susseguirsi di iniziative di lotta nonviolente da parte di lavoratori che, come Guido, hanno come obiettivo la tutela del proprio posto di lavoro e che sanciscono una nuova centralità della questione occupazionale nel nostro paese, questione troppo spesso ignorata a causa di un’informazione attenta più alle “Veline del Cavaliere” che agli effetti della crisi economica che sta attraversando l’Italia.
La proteste sono state pacifiche ed hanno utilizzato con intelligenza gli strumenti mediatici, mantenendo però un fortissimo ancoraggio alla realtà.
Ricordiamo la vicenda INNSE ad esempio che ha determinato una catena solidale, come non si vedeva da tempo, che non va affatto sottovalutata, perché ha spezzato il meccanismo dominante ove, dietro la retorica del lavoratore come “imprenditore di se stesso” e dell’idea che gli interessi dei lavoratori siano gli stessi dei proprietari dell’impresa (insomma crolla in mito del “ma anche” veltroniano), si svela la solitudine del lavoratore contro l’imprenditore, l’invito alla concorrenza fra lavoratori, la tendenza ai bassi salari e l’aleatorietà del rapporto di lavoro.
Tutto ciò è avvenuto a Milano, e cioè in un luogo metropolitano che più di altri rappresenta i moderni nessi fra produzione, finanza e spesso speculazione edilizia, dove da decenni la vita sociale sembra “normalizzata”, e il conflitto ne appare una patologia e non una fisiologia.
Oggi con la crisi che morde e con le 52 settimane di cassa integrazione che in molte aziende stanno terminando la necessità di ricostruire una forte capacità di mobilitazione del mondo del lavoro è un’esigenza dalla quale non si può prescindere.
Bisogna ricostruire un legame tra iniziative tra loro sparse sul territorio nazionale perché non vi è differenza tra l’esperienza di Guido, i lavoratori della New Holland di Imola e quelli dell’INNSE.
Il rischio infatti è che la crisi legittimi la scelta di molte imprese a tagliare i cosiddetti rami secchi chiudendo sul territorio nazionale decine e decine di impianti rafforzando l’idea che oggi il capitalismo mondiale abbia una natura nomade, consuma territorio e risorse è poi si sposta laddove le condizioni sono più favorevoli, un tempo si chiamavano aree depresse (vedi provincia di Ferrara) oggi si chiamano sud America, Cina est Europa.
Proprio per queste ragioni un governo che fosse attento interverrebbe per impedire l’ennesima inspiegabile chiusura di un impianto produttivo sul nostro territorio nazionale
Vista l’assoluta parzialità delle scelte di questo governo, che ha sempre ignorato, come i precedenti governi di destra, gli art. 41 e 42 della Costituzione ?L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. “La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti”, evocando addirittura, nei primi anni del millennio, la possibilità di modificarli, la speranza di un intervento in tal senso appare alquanto remota.
L’idea che noi abbiamo è che della crisi abbiamo conosciuto solo che gli effetti meno rilevanti, tra alcune settimane il rischio che qualche azienda decida unilateralmente ed inspiegabilmente di chiudere i battenti è altissimo. Per queste ragioni crediamo necessario da parte di tutti gli enti, partiti, sindacati e associazioni che hanno a cuore il futuro dell’Italia uno sforzo straordinario a sostegno di una grande mobilitazione autunnale per il lavoro, la dignità e il futuro di tanti uomini e tante donne del nostro paese.
A Guido, alla sua famiglia ed ai suoi compagni di lavoro va tutta la nostra solidarietà.
Stefano Calderoni segretario provinciale di Rifondazione Comunista, Ferrara

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