Nasce a Ferrara la sezione Anpi ‘Vittorio Arrigoni’

Il 25 aprile si è ufficialmente costituita a Ferrara la sezione Anpi dedicata a Vittorio Arrigoni, il giovane pacifista assassinato a Gaza.

Diceva Gramsci: “Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”. “Queste parole – spiega l’Associazione partigiani d’Italia provinciale – chiarificano le motivazioni per le quali nasce la sezione e le ragioni per cui viene intitolata a Vittorio: se essere partigiani significa scegliere da che  parte stare, decidere di difendere i diritti degli ultimi tentando di dare voce a chi non ha voce, allora Vittorio è stato sicuramente un partigiano”.

La sezione, attraverso al costruzione di iniziative pubbliche, si pone l’obiettivo di sensibilizzare la cittadinanza sulle tematiche dell’antifascismo e della repressione, cercando di portare avanti gli ideali di pace, di solidarietà e di giustizia che animarono i partigiani e lo stesso Vittorio.

L’attivista International Solidarity Movement era stato ricordato nel giorno della commemorazione del 25 Aprile proprio dal palco di piazza Trento Trieste da Daniele Civolani, presidente dell’Anpi provinciale, che ne aveva ricordato lo slogan “Restiamo umani!”, per esortare a “progettare la pace prima che scoppi la guerra.

da Estense.com

Vittorio non è mai stato così vivo come ora

Bisogna morire per diventare un eroe, per avere la prima pagina dei giornali, per avere le tv fuori di casa, bisogna morire per restare umani? Mi torna alla mente il Vittorio del Natale 2005, imprigionato nel carcere dell’aeroporto Ben Gurion, le cicatrici dei manettoni che gli hanno segato i polsi, i contatti negati con il consolato, il processo farsa.  E la Pasqua dello stesso anno quando, alla frontiera giordana subito dopo il ponte di Allenbay, la polizia israeliana lo bloccò per impedirgli di entrare in Israele, lo caricò su un bus e in sette, una era una poliziotta, lo picchiarono «con arte», senza lasciare segni esteriori, da veri professionisti qual sono, scaraventandolo poi a terra e lanciandogli sul viso, come ultimo sfregio, i capelli strappatagli con i loro potenti anfibi.

Vittorio era un indesiderato in Israele. Troppo sovversivo, per aver manifestato con l’amico Gabriele l’anno prima con le donne e gli uomini nel villaggio di Budrus contro il muro della vergogna, insegnando e cantando insieme il nostro più bel canto partigiano: «O bella ciao, ciao…»

Non vidi allora televisioni, nemmeno quando, nell’autunno 2008, un commando assalì il peschereccio al largo di Rafah, in acque palestinesi e Vittorio fu rinchiuso a Ramle e poi rispedito a casa in tuta e ciabatte. Certo, ora non posso che ringraziare la stampa e la tv che ci hanno avvicinato con garbo, che hanno «presidiato» la nostra casa con riguardo, senza eccessi e mi hanno dato l’occasione per parlare di Vittorio e delle sue scelte ideali.

Questo figlio perduto, ma così vivo come forse non lo è stato mai, che come il seme che nella terra marcisce e muore, darà frutti rigogliosi. Lo vedo e lo sento già dalle parole degli amici, soprattutto dei giovani, alcuni vicini, altri lontanissimi che attraverso Vittorio hanno conosciuto e capito, tanto più ora, come si può dare un senso ad «Utopia», come la sete di giustizia e di pace, la fratellanza e la solidarietà abbiano ancora cittadinanza e che, come diceva Vittorio, «la Palestina può anche essere fuori dell’uscio di casa». Eravamo lontani con Vittorio, ma più che mai vicini. Come ora, con la sua presenza viva che ingigantisce di ora in ora, come un vento che da Gaza, dal suo amato mar Mediterraneo, soffiando impetuoso ci consegni le sue speranze e il suo amore per i senza voce, per i deboli, per gli oppressi, passandoci il testimone. Restiamo umani.

 di  Egidia Beretta Arrigoni da Il Manifesto, 17/04/2011

Anche a Ferrara in piazza contro la guerra in Libia

Fra i vinti la povera gente/faceva la fame. Fra i vincitori/faceva la fame la povera gente egualmente”. È un passo di Brecht, che è stato citato ieri da Luca Greco, educatore comunale attivo nel Coordinamento Istruzione Pubblica, uno dei pacifisti scesi in piazza Trento Trieste, intorno alle 16 di sabato 2 aprile, per partecipare alla manifestazione indetta da Emergency e sostenuta da una piattaforma complessiva di organizzazioni che ha riunito insieme, sotto il vessillo arcobaleno, partiti, sindacati e associazioni civili.

Nel pieno dell’intervento Nato in Libia, l’appello alla base di questa iniziativa è stato lanciato da Gino Strada (sul sitowww.dueaprile.it), che ribadisce al Governo il rispetto dell’articolo 11 della Costituzione, “L’Italia ripudia la guerra”. Un appello, che è già stato sottoscritto da 20mila persone, tra cui noti esponenti della cultura.

Da Ferrara, intorno alle 7 di ieri mattina, è partito un pullman di manifestanti che hanno preso parte al presidio in piazza Navona.

A Ferrara, davanti alla libreria Melbook, all’ombra delle bandiere della pace, finte pompe di benzina portavano i loghi delle maggiori società petrolifere – Eni, Shell, Esso, Total – e, a fianco, i ‘numeri’ del conflitto libico: 450mila profughi, 15mila tonnellate di esplosivi, 10mila vittime, 1.700.000 euro il costo giornaliero della guerra per l’Italia. Tutt’attorno, sagome sparse sui sampietrini della piazza, “a ricordare coloro che hanno perso la vita in questi giorni”, ha spiegato Irene Bregola (Prc-Pdci). Musica, aperta da una canzone dei Baustelle, a richiamare l’attenzione dei cittadini e turisti.

“I pacifisti non sono tornati, perché non sono mai spariti – ha esordito Marzia Marchi (Rete Lilliput) –: l’agire quotidiano, nelle battaglie contingenti in cui si afferma l’idea di bene comune, vanno infatti sempre in direzione della pace. Dall’11 settembre 2001 siamo in piazza per sperare che si muova qualcosa: in Libia – ha continuato Marchi – è l’ennesimo fronte che si apre e non si sa quando si chiuderà, come in Iraq e in Afghanistan. Questo perché ci sono in gioco interessi potenti: senza contare che Gheddafi è stato armato dalle potenze europee, in primis l’Italia: questa è la grandissima ipocrisia”.

Ipocrisia, contraddizione, scandalo: sono queste le parole che risuonano nella dichiarazione di Francesca Di Vece, volontaria di Emergency: “Armare un dittatore e combattere insieme ai ribelli: ancora una volta diciamo ‘no’ alla guerra in tutte le sue manifestazioni. Emergency promuoverà sempre una cultura di pace – ha ribadito Di Vece – , che ce n’è più che mai bisogno”. Le perplessità verso questo conflitto sono tante: “ci viene detto che si aiuta la popolazione che si ribella alla repressione. Noi però – ha ritenuto la referente di Emergency – siamo convinti che non sia la guerra il modo giusto per affrontare la situazione, perché non potrà mai essere né perfetta né chirurgica. Occorre risolvere i problemi attraverso le vie diplomatiche e la politica”.

“Interessi economici”, è la questione al centro della condanna sostenuta da più fronti: “Un tempo – ha dichiarato Stefano Calderoni, capogruppo provinciale Fds – questo conflitto sarebbe stato chiamato ‘guerra imperialista’. Noi oggi siamo in piazza per denunciare che, probabilmente, dietro a questa operazioni belliche, in realtà ci siano interessi delle compagnie petrolifere: non è un caso se molti governi stanno già trattando con i ribelli, per cercare di garantirsi le forniture di petrolio e gas”.

“La pace si porta con strumenti di pace – ha sintetizzato Daniele Civolani, presidente Anpi -: siamo il frutto di persone costrette a prendere le armi, noi non vogliamo che nessun altro lo debba più fare. Pertanto riteniamo che l’Italia debba ritirarsi e usare strumenti di pace, perché con i fucili si porta solo altra guerra, lutti e spese, nonché il sospetto che tutto ciò serva a qualcuno per far più soldi di quelli che già ha. L’Italia – ha sostenuto Civolani – invii in Libia maestri, infermieri, medici, geometri: occorre aiutare la gente a crescere culturalmente, nella civiltà, nell’igiene, nella salute. Dopo verrà la possibilità dell’autodeterminazione”.

Dello stesso parere Pietro Comodo (Sel): “Non possiamo accettare una dichiarazione di ‘guerra umanitaria’, perché è una enorme contraddizione in termini. Occorre mettere in campo un altro pensiero, opporsi a tutte le iniziative belliche e avviare missioni umanitarie. Dobbiamo lavorare da subito – ha aggiunto Comodo – per soccorrere e accogliere i profughi”.

“La soluzione migliore – ha considerato Bregola – sarebbe realizzare una sorta di interposizione pacifica, che promuoviamo da tempo in tutti i contesti particolarmente delicati. Certo è che bisognerebbe giocare d’anticipazione. Il problema – ha evidenziato la consigliera Prc-Pdci – sta nel fatto che questi contesti vengono puntualmente dimenticati fino a che non si prospettano occasioni economiche, per le quali si ricorre al massimo della violenza”.

Greco del Cip ha garantito: “Con i nostri allievi, promuoveremo come sempre la capacità di relazionarsi con l’altro, sia esso straniero o disabile: dobbiamo costruire un mondo più accogliente, in cui i nostri bambini imparino a pensare escludendo la guerra dal loro orizzonte”.

Questa è la prima mobilitazione di una probabile serie di iniziative di denuncia del dramma dei profughi: “Con i movimenti – ha fatto sapere Calderoni – cercheremo di organizzare eventi che abbiano come obiettivo la creazione di una consapevolezza tra i cittadini. Ciò perché oggi – ha attaccato il vertice Fds – Berlusconi sta usando Lampedusa come strumento per giustificare la propria politica razziale nei confronti dei popoli nordafricani”.

Per il momento, Calderoni ha annunciato che il prossimo lunedì 11 aprile, presso la Sala del Borgonuovo, è previsto un dibattito sulla guerra in Libria dal titolo “Rivolta in Nord Africa: scenari e prospettive” che vedrà gli interventi di Fabio Amato e Lapo Pistelli, rispettivamente responsabili esteri di Prc e Pd.

All’iniziativa, di cui si è fatta promotrice Emergency, hanno aderito a Ferrara: Anpi, Fiom-Cgil, Cip, Collettivo Pachamama, Giovani Comunisti/e, Grilli Estensi, Gente di Sinistra, Rete Lilliput Ferrara, Usb, Alternativa, Flc-Cgil, Segreteria Fp-Cgil, Filt-Cgil, Fisac-Cgil, Usb-Scuola, Prc-Fds, Pdci-FdS, Sel, La Fabbrica di Nichi.

 

 

 

 

da estense.com

 

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