Fare profitti miliardari con la salute: O la borsa o la vita!

12 11 2009

bufala

Scritto da Michele Fabbri

Come segnalato da Tito Boeri, il professore della Bocconi animatore del sito lavoce.info, “solo il 2,4% dei farmaci lanciati sul mercato tra il 1981 e il 2008 rappresenta un’importante progresso terapeutico. L’80% dei “nuovi” farmaci è costituito da copie di prodotti già esistenti. L’unica cosa cambiata è il prezzo, spesso duplicato o triplicato”… Sempre Boeri ci informa che “nell’industria farmaceutica gli investimenti nel marketing sono il doppio di quelli destinati alla ricerca…”

L’indignazione del professore cresce quando commenta che l’industria decide di “sotto-trattare” chi non ha le risorse per pagarsi le medicine… mentre chi li ha, si vede “sovra-trattato” e con la scusa della prevenzione è costretto a ricevere prestazioni di dubbia efficacia sempre più sofisticate e costose.

La raccomandazione finale è un po’ scarna… se consideriamo le denunce citate: “Dobbiamo imparare a evitare i consumi inutili che impediscono di offrire a tutti dei trattamenti efficaci”.

Noi comunisti pensiamo invece che non basti indignarsi di fronte a questo stato di cose.

La svizzera Novartis ha annunciato, in occasione della pubblicazione dei conti del terzo trimestre, che nei mesi tra ottobre e dicembre prevede che dalla vendita del suo vaccino “Focetria” otterrà tra i 400 e i 700 milioni di ricavi aggiuntivi. La multinazionale svizzera già nel luglio scorso aveva raggiunto accordi con 35 Governi di tutto il mondo per la produzione del farmaco e si era assicurata due contratti con il governo Usa per il valore di 979 milioni di dollari. L’Italia comprerà alla Novartis 48 milioni di dosi per un controvalore di decine  di milioni di euro. L’inglese Glaxo avrebbe già venduto a una ventina di paesi oltre 400 milioni di dosi del suo “Pandermix” con un incasso attorno ai 3,5 miliardi di dollari. Altra protagonista del mercato farmaceutico è la svizzera Roche che col suo antivirale “Tamiflu” conta di stabilire nuovi record di vendite. Già nel periodo luglio-settembre di quest’anno il Tamiflu ha registrato ricavi per 994 milioni di franchi svizzeri. Per gli analisti di Nomura il vaccino anti-flu della Roche dovrebbe portare a vendite totali per il 2009 per 2,7 miliardi di franchi svizzeri, contro i soli 600 milioni del 2008. Vendite quadruplicate quindi. E l’effetto dovrebbe proseguire anche nel 2010, anche se i ricavi dovrebbero scendere rispetto al picco dell’inverno 2009, ma si collocherebbero comunque sulla ragguardevole cifra di 1,5 miliardi.

Secondo la Nomura l’effetto della pandemia influenzale beneficerà anche Astra Zeneca per la quale si ipotizzano ricavi per 450 milioni di dollari, quasi tutti nel quarto trimestre. Per la francese Sanofi-Aventis si parla di stime di ricavi tra il quarto trimestre e la prima parte del 2010 di 738 milioni di dollari.

L’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ha stimato che il giro d’affari del vaccino A/H1N1 dovrebbe attestarsi sui 20 miliardi di dollari. Ma c’è chi ipotizza cifre di 40/50 miliardi.

Secondo le stime proiettate dall’Oms finiranno per vaccinarsi circa due miliardi di persone in tutto il pianeta, la maggioranza nei paesi ricchi. Quei miliardi sono una cifra colossale, ma rappresentano tutto sommato una percentuale attorno al 4% del giro d’affari mondiale dell’industria del farmaco, che secondo le stime di Ims Health dovrebbe vedere salire il fatturato nel 2010 del 4-6% fino agli 825 miliardi di dollari.

La Novartis da sola fattura ogni anno più di 43 miliardi di dollari.

Gli utili derivati dal vaccino antinfluenzale, saranno importanti dovuto al numero enorme, più che al margine di guadagno, dato che i margini unitari sono bassi, non certo quelli prodigiosi di farmaci contro il colesterolo o le malattie oncologiche che hanno profittabilità assai più elevata.

Il “Lipitor”, il farmaco anti-colesterolo della Pfizer da solo vende in un anno 12 miliardi di dollari. I farmaci che piacciono agli azionisti sono questi: malattie croniche, con assunzioni prolungate per decenni e con margini elevati.

Il movimento operaio, le organizzazioni dei lavoratori, partiti e sindacati, devono sviluppare una propria posizione sulla salute. È in gioco la qualità della nostra vita oltre a una fetta sempre più crescente dei soldi pubblici. Le agenzie internazionali responsabili dei medicamenti e dei vaccini (l’ EMEA in Europa, e la FDA negli Stati uniti) subiscono le forti pressioni delle multinazionali farmaceutiche. In questo caso hanno accelerato i processi di registro dei farmaci.

A fine di settembre, la UE approvava l’ uso dei dei vaccini raccomandati due settimane prima dalla Agencia Europea del Medicamento (EMEA): Pandemrix (GlaxoSmithKline) y Focetria (Novartis).

La capacità mondiale di produzione di vaccini non supera i tre miliardi di dosi/anno) mentre la popolazione mondiale è vicina ai 7 miliardi. La OMS ne prende atto e ci informa che “l’ acceso ai vaccini da parte dei paesi più poveri dipenderà in grande misura delle donazioni dei fabbricanti e di altri paesi”.

Cioè: si sprecheranno i vaccini nei paesi dove le condizioni generali di salute le rendono superflui ai più, mentre si assume come normale fatalità che miliardi di persone povere e spesso denutrite, senza accesso alle minime condizioni di igiene… non riceveranno un vaccino! Non c’è da stupirsi. È coerente con le leggi del mercato capitalista. Non conta il bisogno, ma la capacità  di acquisto. 

Il mercato capitalista mondiale perpetua e rende più grande ogni giorno la distanza tra il reddito di miliardi di persone e quello di una minoranza nei paesi industrializzati, ma alcuni di questi paesi come Stati Uniti, Australia, Francia, Italia, Nuova Zelanda, Norvegia, Regno Unito e Svizzera) si sono impegnati a “donare” 300 milioni di dosi ai paesi poveri. La coscienza è salva!

Da “marxismo.net”   

 





Contro il G8

4 07 2009

g8_2009

Il Partito della Rifondazione Comunista parteciperà a tutte le mobilitazioni di contestazione al summit del G8,

sia quelle diffuse sul territorio nazionale come la manifestazione del 4 Luglio a Vicenza contro la base Dal Molin,

sia il Forum organizzato da diverse forze e movimenti il 7 Luglio a L’Aquila,

sia la manifestazione nazionale prevista per il 10 Luglio nel capoluogo abruzzese





La “Rivoluzione Verde”: il copione è stato riproposto; questa volta in Iran

28 06 2009

di Eva Golinger

su www.rebelion.org del 20/06/2009

Traduzione di Mauro Gemma per http://www.lernesto.it

Il set

Colore: Verde

Slogan: “Dov’è il mio voto?”

Attori principali: Studenti e giovani delle classe media e alta, dirigenti dell’opposizione, mezzi di comunicazione internazionale, nuove tecnologie (Twitter, Youtube, cellulari, SMS, Internet).

Attori secondari: Organizzazioni non governative (ONG) internazionali, Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, Freedom House, Centro per l’applicazione dell’azione non violenta “CANVAS” (ex OTPOR), Centro per il Conflitto Internazionale Non Violento (ICNC), Istituto Albert Einstein, Pentagono, Missione Speciale della Direzione Nazionale dell’Intelligence USA per l’Iran.

Scenario: Elezioni Presidenziali; il candidato ufficiale, Mahmud Ahmadinejad, l’attuale presidente che mantiene una linea molto dura contro l’imperialismo statunitense e il sionismo israeliano e gode di un alto grado di popolarità tra le classi popolari iraniane per gli investimenti in programmi sociali, vince con il 63% dei voti; il candidato dell’opposizione, Mir Hossein Musavi, di classe medio-alta, che prometteva (in inglese) durante la campagna che la sua elezione alla presidenza avrebbe assicurato “un nuovo saluto al mondo”, frase che stava ad indicare che avrebbe cambiato la politica estera nei confronti di Washington, ha perso per più di 15 punti; l’opposizione denuncia una frode elettorale e chiede alla comunità internazionale di intervenire; gli studenti manifestano nelle strade, nelle zone della classe media e alta della capitale, Teheran; dicono di essere “non violenti”, ma provocano reazioni repressive dello Stato con azioni aggressive e immediatamente denunciano presunte violazioni dei loro diritti di fronte ai media internazionali; dicono che il presidente eletto è un “dittatore”.

Luogo: L’Iran, quarto produttore di petrolio nel mondo e il secondo di riserve di gas naturale. In piena flagranza dell’embargo commerciale imposto da Washington, la Cina ha firmato un accordo con l’Iran nell’anno 2004, per un valore di 200.000 milioni di dollari, per l’acquisto di gas naturale iraniano nei prossimi 25 anni. Negli ultimi quattro anni, l’Iran ha stretto relazioni commerciali con i paesi dell’America Latina, nonostante le minacce di Washington, e attualmente sviluppa tecnologia nucleare a scopi pacifici.

Vi suona familiare? Di certo suona familiare ai venezuelani e alle venezuelane che da tre anni, senza ombra di dubbio, stanno vivendo in questo scenario. Le cosiddette “rivoluzioni colorate”, che cominciarono in Serbia nell’anno 2000, con il rovesciamento e la demonizzazione di Slobodan Milosevic, e che poi passarono per la Georgia, l’Ucraina, il Kirghiztan, il Libano, la Bielorussia, l’Indonesia e il Venezuela, sempre con l’intenzione di cambiare “regimi” non favorevoli agli interessi di Washington con governi “più amichevoli”, sono adesso arrivate in Iran. Il copione è identico. Un colore, un logotipo, uno slogan, un gruppo di studenti e giovani di classe media, un processo elettorale, un candidato filo-statunitense e un paese pieno di risorse strategiche con un governo che non rispetta l’agenda dettata dall’impero. Sono sempre le stesse ONG e agenzie straniere quelle che appoggiano, finanziano e promuovono la strategia, fornendo contributi finanziari e formazione strategica ai gruppi studenteschi perché eseguano il piano. Dovunque ci sia una “rivoluzione colorata”, si trovano anche l’USAID, il National Endowment for Democracy, Freedom House, il Centro Internazionale per il Conflitto Non Violento, il CANVAS (ex OTPOR), l’Istituto Albert Einstein, l’Istituto Repubblicano Internazionale e l’Istituto Democratico Nazionale, per citarne alcuni.

Si esamini questo testo, intitolato “Una guida non violenta per l’Iran”, scritto dall’ex direttore dell’Istituto Albert Einstein, fondatore del Centro Internazionale per il Conflitto Non Violento (INCR) e presidente di Freedom House, Peter Ackerman, e dal suo collega, coautore del libro “Una forza più potente: un secolo di conflitto non violento” e direttore dell’INCR, Jack DuVall, anch’egli esperto in propaganda e cofondatore dell’Istituto Arlington, insieme con l’ex direttore della CIA, James Woolsey:

“Manifestazioni ripetute, guidate da studenti a Teheran, devono accelerare a Washington il dibattito sull’Iran. Ci si sta ponendo due domande? Le manifestazioni sono in grado di produrre un cambiamento di regime? Che tipo di appoggio esterno servirebbe?

La storia dei movimenti civili, come quello che attualmente si sta creando in Iran, evidenzia che il riscaldamento della piazza non è sufficiente a rovesciare un governo. Se l’aiuto degli Stati Uniti apporta semplicemente più legna al fuoco e l’opposizione interna non lavora per indebolire le fonti reali del potere del regime, non funzionerà.

La lotta vittoriosa del movimento civile ha l’obiettivo di promuovere l’ingovernabilità per mezzo degli scioperi, del boicottaggio, della disobbedienza civile ed altre tattiche non violente – oltre alle proteste di massa -, allo scopo di indebolire e distruggere i pilastri di sostegno del governo. Ciò è possibile in Iran.

Gli avvenimenti in Iran sono simili a quelli della Serbia appena prima che il movimento diretto da studenti sconfiggesse Slobodan Milosevic. Il suo regime si era alienato non solamente gli studenti, ma anche la maggioranza della classe media… Anche la classe politica era divisa e molti erano stanchi del dittatore. Cogliendo l’opportunità, l’opposizione si mobilitò per separare il regime dalle sue fonti di potere…”

L’elemento maggiormente rivelatore di questo articolo non è solo l’ovvia visione interventista che cerca di promuovere un colpo di stato in Iran, ma il fatto che esso fu scritto il 22 luglio 2003, quasi sei anni fa (vedere l’originale: http://www.nonviolent-conflict.org/rscs_csmArticle.shtml). In questi sei anni l’organizzazione di Ackerman e DuVall, insieme ai soci, CANVAS a Belgrado e l’Istituto Albert Einstein a Boston, ha lavorato per formare e rendere efficienti gruppi di studenti nelle tecniche di golpe morbido in Iran, con finanziamenti della NED, di Freedom House e delle agenzie del Dipartimento di Stato. Non è casuale che CANVAS, composto dai leader del gruppo OTPOR della Serbia che rovesciò Milosevic, abbia da qualche tempo cominciato a pubblicare i suoi materiali in farsi e in arabo. Una delle pubblicazioni principali, realizzata con il finanziamento del Dipartimento di Stato degli USA attraverso l’Istituto Statunitense della Pace, dal titolo “La lotta non violenta: i 50 punti critici”, è considerata come “un manuale di perfezionamento della lotta strategica non violenta, che offra una molteplicità di informazioni pratiche…” E’ un libro elettronico diretto a un pubblico giovanile, come evidenzia una grafica, un disegno e un linguaggio per i giovani. Scritto originalmente in serbo, nel corso dell’ultimo anno è stato tradotto in inglese, spagnolo, francese, arabo e farsi (la lingua parlata in Iran). La versione in farsi: http://www.canvasopedia.org/files/various/50CP_Farsi.pdf.

Questo libro è una versione moderna, con un disegno più attraente per la gioventù, del libro originale scritto dal guru della lotta “civile” per il cambiamento di regimi non favorevoli a Washington: Gene Sharp. Il suo libro, “Sconfiggendo un dittatore”, che si è tradotto anche in un film prodotto da Ackerman e DuVall, è stato utilizzato in tutte le rivoluzioni colorate in Europa Orientale, ed anche in Venezuela, ed è considerato dai movimenti studenteschi come la propria “bibbia”. L’introduzione del libro di CANVAS spiega: “Questo libro è il primo che applica l’azione strategica non violenta a campagne reali. Le tecniche presentate nei prossimi 15 capitoli hanno avuto successo in molti luoghi del mondo… Questo libro contiene lezioni apprese attraverso diverse lunghe e difficili lotte non violente contro regimi non democratici e oppositori delle libertà umane fondamentali… Gli autori sperano e credono che comunicare questi punti cruciali in tale formato, vi aiuterà a rendere più operativa l’azione strategica non violenta, affinché possiate recuperare i vostri diritti, superiate la repressione, resistiate all’occupazione, realizziate la democrazia e stabiliate la giustizia nella vostra terra; impedendo che questo secolo sia un’altra “Era degli estremi”.

Ovviamente non è una coincidenza che il libro sia uscito in farsi e in arabo proprio qualche mese prima delle elezioni presidenziali dell’Iran, dal momento che queste organizzazioni avevano già cominciato a lavorare con l’opposizione iraniana per preparare lo scenario del conflitto. E ora, veniamo al contenuto e agli obiettivi di questo libro, che ora vengono perseguiti all’interno del territorio iraniano. (E’ pure interessante segnalare che l’edizione spagnola uscì proprio prima del referendum costituzionale in Venezuela e che la traduzione fu realizzata da un’organizzazione sconosciuta del Messico: “Non violenza in Azione” (NOVA). Un paese in cui ha soggiornato lungamente l’ex dirigente studentesco venezuelano Yon Goicochea, che ha ricevuto addestramento e finanziamento da parte dei gruppi stranieri prima menzionati).

Inoltre, la grande agenzia di destabilizzazione, National Endowment for Democracy (NED), ha anch’essa lavorato attivamente per destabilizzare la rivoluzione iraniana ed imporre un regime favorevole agli interessi di Washington. Dopo le elezioni presidenziali in Iran nell’anno 2005, l’allora segretaria di Stato Condoleeza Rice annunciò la creazione di un nuovo Ufficio per gli Affari Iraniani, con un bilancio iniziale di 85 milioni di dollari approvato dal Congresso statunitense. Gran parte di questo denaro fu dirottato verso il lavoro della NED e di Freedom House, che già stavano finanziando alcuni gruppi all’interno e all’esterno dell’Iran, i quali operavano diffondendo informazioni sugli abusi dei diritti umani in Iran, e la formazione di giornalisti “indipendenti”. Organizzazioni come l’Associazione dei Maestri dell’Iran (ITA) hanno ricevuto finanziamenti della NED fin dal 1991 per promuovere la pubblicazione di una rivista politica che contribuiva alla costruzione di un Iran “democratico”. Anche la Fondazione per un Iran Democratico (FDI), con base negli Stati Uniti, è stata uno dei principali recettori dei fondi della NED. Il suo lavoro è stato orientato nel campo dei diritti umani, principalmente per presentare il governo iraniano come violatore dei diritti dei suoi cittadini. Questa organizzazione è strettamente legata agli istituti dell’ultradestra negli Stati Uniti, come l’American Enterprise Institute e il Progetto per un Nuovo Secolo Americano, che hanno fatto pressione per le guerre in Medio Oriente*.

La NED ha anche finanziato gruppi come la Fondazione Abdurrahman Boroumand (ABF), una ONG che presumibilmente promuove diritti umani e democrazia in Iran. Questa organizzazione si è incaricata di creare pagine web e biblioteche elettroniche sui diritti umani e la democrazia. Nel 2003, ABF ricevette un fondo di 150.000 dollari per un progetto dal titolo “La transizione alla democrazia in Iran”. Nel 2007, ABF ottenne 140.000 dollari per “creare coscienza sulle esecuzioni politiche dall’inizio della rivoluzione iraniana nel 1979, promuovere la democrazia e i diritti umani tra i cittadini e rafforzare la capacità organizzativa della società civile”. Si impegnò anche ad “assumere un consigliere per le comunicazioni e a condurre campagne mediatiche”.

Quantità di denaro non rivelate pubblicamente dalla NED sono state concesse a diverse ONG tra il 2007 e il 2009, per costruire un appoggio internazionale alle ONG e agli attivisti dei diritti umani nazionali… favorire la società civile iraniana e i rappresentanti dei mezzi di comunicazione a relazionarsi e a comunicare con la comunità internazionale…”

Inoltre, i gruppi più importanti della NED, come il Centro Americano di Solidarietà Lavorativa (ACILS), che in Venezuela ha sostenuto il sindacato golpista dell’opposizione, la Confederazione dei Lavoratori Venezuelani (CTV), ha finanziato e consigliato il “movimento operaio indipendente” in Iran dal 2005. Anche l’Istituto Repubblicano Internazionale (IRI) ha ricevuto fondi dalla NED per “legare attivisti politici in Iran a riformisti in altri paesi” e “rafforzare la loro capacità di comunicazione e organizzazione”. Si tratta delle stesse attività e delle stesse agenzie di Washington che conducono le azioni di ingerenza in Venezuela, Bolivia, Nicaragua e altri paesi in cui attualmente gli Stati Uniti cercano di promuovere un cambiamento del governo con un altro più favorevole ai loro interessi.

Anche la manipolazione mediatica su ciò che avviene attualmente in Iran segue un proprio copione. In Venezuela, quando il presidente Chavez vinse le elezioni presidenziali nel 2006 con il 64% dei voti e più del 75% di partecipazione popolare, l’opposizione gridò alla frode (come in generale è abituata a fare in tutti i processi elettorali che perde) e ricevette copertura mediatica allo scopo di formulare e promuovere le sue denunce, nonostante non presentasse nessuna prova che desse fondamento alle accuse. Tale presenza mediatica viene attivata semplicemente per continuare a promuovere correnti di opinione che pretendono di demonizzare il presidente Chavez, definendolo un dittatore, e di gettare discredito sul governo venezuelano, per poi giustificare qualsiasi intervento straniero.

Nel caso dell’Iran, in questo momento vediamo titoli come “Proteste in Europa contro il voto in Iran” (AP), “Khamenei v. Musavi” (Atantic Online), “Grande manifestazione di lutto a Teheran” (Reuters), “Una nuova inchiesta indica la frode” (Washington Post), “Biden esprime “dubbi” sulle elezioni in Iran” (CNN, 14/06/2009), e “Analisti rivedono i risultati “ambigui” in Iran” (CNN, 16/06/2009). I titoli generano l’impressione di una possibile frode elettorale in Iran, giustificando di conseguenza le proteste violente dell’opposizione, sebbene Ahmadinejad abbia vinto con un risultato impressionante, il 63% dei voti, dieci punti in più di quelli che ha conseguito Obama negli Stati Uniti lo scorso mese di novembre. Per spiegare la reazione mediatica, secondo l’ex ufficiale della CIA incaricato della regione del Medio Oriente, Robert Baer, “la maggior parte delle manifestazioni e delle proteste che trovano spazio nelle notizie sono ubicate nella zona nord di Teheran… Si tratta, principalmente, di settori dove vive la classe media liberale iraniana. Sono anche settori in cui, senza dubbio, si è votato per Mir Hossein Mussavi, il rivale del presidente Mahmud Ahmadinejad, il quale ora denuncia la frode elettorale. Ma non abbiamo ancora visto immagini del sud di Teheran, dove vivono i poveri… Per molti anni, i media occidentali hanno visto l’Iran attraverso lo specchio della classe media liberale iraniana – una comunità che ha accesso a Internet e alla musica statunitense, che ha maggiori possibilità di parlare con la stampa occidentale e che dispone di denaro per comprare voli a Parigi o a Los Angeles… Ma rappresenta davvero l’Iran?”

Baer, in un articolo pubblicato nella rivista Time**, afferma che una dei pochi sondaggi affidabili, elaborati da analisti occidentali negli ultimi giorni della campagna elettorale, dava la vittoria ad Ahmadinejad – con percentuali ancora più alte del 63% che ha ottenuto… Il sondaggio è stato effettuato in tutto l’Iran e non solo nelle zone della classe media”.

* http://www.zmag.org/znet/viewArticle/2501

** “Don’t Assume Ahmadinejad Really Lost”, Time online, 16 giugno 2009





Le elezioni iraniane e l’isterismo mediatico

23 06 2009

di Ron Jacobs *

su www.peacereporter.net del 18/06/2009          -

(guarda anche questo articolo: http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=18334 )

Afferma Ron Jacobs: virtualmente tutte le fonti dell’informazione americana tradizionale considerano una frode la rielezione di Ahmadinejad

Ecco l’isteria e le bugie in grassetto. Sulla scia dell’elezione iraniana, diversi commentatori e cosiddetti reporter americani stanno reagendo come se fossimo in prossimità della fine del mondo. Sebbene nessuno lo sappia con certezza e tutti hanno solo le parole degli “esperti” della stampa occidentale e di un candidato uscente arrabbiato, virtualmente tutte le fonti dell’informazione americana tradizionale considerano una frode la rielezione di Ahmadinejad.

Non c’è stata alcuna verifica di ciò da parte di nessuna fonte oggettiva, né esiste alcuna prova oltre la speculazione degli addetti mediatici che vogliono creare una storia o che sono talmente convinti di quella che considerano la natura essenzialmente maligna dell’incaricato da non poterne comprendere la rielezione. Il racconto di Bill Keller su The New York Times ne è un buon esempio. In quell’articolo, Ahmadinejad veniva definito ancora una volta un negazionista dell’Olocausto e il suo sostegno raccolto per la gran parte tra i contadini misogini e i burocrati che hanno in qualche modo beneficiato della sua protezione. I sostenitori del riformista liberale Moussavi venivano descritti in maniera decisamente favorevole.
Dall’articolo di Keller, così come da molti altri servizi dei media tradizionali americani (tra cui riviste liberali come The Nation), manca del tutto qualsiasi tentativo genuino di analizzare sia la natura sociale dell’elettorato dei diversi candidati sia il ruolo che gioca Washington nella percezione mediatica della politica iraniana. L’affermazione analitica più onesta nell’intero articolo di Keller: “Sabato è stato un giorno di rabbia repressa, speranze infrante e illusioni umiliate, dalle strade di Teheran ai centri politici delle capitali occidentali”. Keller e i suoi colleghi giornalisti accettano che i desideri delle capitali occidentali, soprattutto di Washington, debbano essere importanti per gli Iraniani. Mentre può essere certamente vero per la ristretta cerchia dell’intellighentia e della comunità imprenditoriale iraniana, il fatto è che l’occidente, e soprattutto Washington, non è così popolare tra le masse iraniane. Non solo sono consapevoli di decenni di intervento occidentale nei propri affari, ma il fatto che migliaia di truppe statunitensi continuino a combattere due dei vicini dell’Iran rende Washington indesiderata e detestata. Perché dovrebbero fare qualcosa per compiacerla? Eppure, nelle menti dei media americani, sono le necessità di Washington a dominare tutto il dibattito.

Quanto all’analisi sociale, a torto o a ragione, Ahmadinejad sembra attrarre la maggioranza dei contadini e dei lavoratori in Iran. Proprio come, durante la Rivoluzione francese, Marat e i Giacobini facevano presa sui contadini e sui poveri delle città mentre Brissot e i Girondini l’avevano sui mercanti e le classi colte, il sostegno di Ahmadinejad viene da coloro che vogliono il pane mentre quello di Moussavi viene da chi di pane ne ha in abbondanza ed ora vuole più libertà civili. Mentre è probabilmente vero che la linea politica di Ahmadinejad abbia prodotto tante politiche economiche quante ne ha risolte, resta il fatto che i suoi sostenitori credono all’invito della campagna del 2005 a portare sulla tavola degli Iraniani i profitti del petrolio. Le affermazioni di Moussavi riguardo l’eventuale riduzione degli aiuti finanziari ai prodotti primari a beneficio dei poveri possono averlo addolorato più di quanto riconoscano i suoi sostenitori. In un articolo del Washington Post pubblicato il giorno prima delle elezioni, si riportava che (insieme al fatto che Ahmadinejad vinse le elezioni del 2005 con un “sorprendente” 62% dei voti) le sue politiche economiche comprendevano la distribuzione di “prestiti, denaro e altri aiuti per le necessità dei locali”. Uno di questi programmi riguardava l’erogazione di un’assicurazione alle donne che fabbricano tappeti in casa e che non erano assicurate fino all’ascesa al potere di Ahmadinejad. I detrattori, incluso Moussavi, sostengono che “le sue politiche prodighe hanno alimentato l’inflazione e dissipato la manna dei petroldollari senza ridurre la disoccupazione”. Ci sono altri fattori in gioco qui, inclusa la corruzione favoleggiata di certi leader non eletti in Iran e il ruolo che la crisi economica internazionale gioca in ogni economia nazionale – un fattore da cui neanche l’Iran è immune. In più, la natura particolare dell’economia islamica che mescola affari statali e privati crea un conflitto costante tra coloro che vorrebbero nazionalizzare tutto e coloro che invece vorrebbero privatizzare tutto.

In relazione a ciò che questo significa per i rapporti tra Washington e Teheran, questi continueranno a calare qualsiasi indirizzo il Presidente Obama desideri dar loro. Tel Aviv, che critica il risultato elettorale, non avrebbe cambiato il suo desiderio di sottomettere Teheran, chiunque avesse vinto. Anzi, il fatto che Ahmadinejad sia stato rieletto rende più facile per Tel Aviv continuare a demonizzare l’unica vera minaccia al suo dominio nella regione. Il succo, comunque, è che il presidente dell’Iran non ha in verità alcun potere sul corso che segue la politica estera. Quel potere è in mano al Consiglio della Difesa e all’Assemblea Legislativa. Il Presidente Obama farebbe bene a continuare i tentativi di negoziato senza condizioni. Sarebbe anche saggio smettere qualsiasi attività nascosta attualmente in atto contro il governo iraniano. I media occidentali farebbero bene ad informarsi sulla vera natura della politica e della società iraniane invece di assumere il punto di vista secondo cui ciò che è bene per Washington è bene per Teheran. I media dovrebbero inoltre considerare il punto di vista altro da Washington in tutta la copertura internazionale.
Per la sinistra, la risposta è chiara. La situazione in Iran è cambiata. L’evidente popolarità di Moussavi e di altri riformatori ufficialmente riconosciuti lo ha dimostrato prima delle elezioni. Il dibattito sulla verità del risultato elettorale lo dimostra ancora di più. Comunque, né Ahmadinejad né Moussavi rappresentano un vero allontanamento dal potere della classe dei commercianti e del suo consiglio di nomine clericali. Il desiderio di maggiori libertà civili deve coordinarsi con i bisogni della giustizia economica. Al momento entrambe queste aspirazioni sembrano fare a pugni.
Appare evidente che solo un movimento di sinistra è in grado di coniugarle in un paese diviso tra le città e le campagne; tra la classe media e i lavoratori, e i contadini. Questa era la situazione prima dell’avvento della rivoluzione iraniana ad opera delle forze religiose socialmente conservatrici nel 1980 e potrebbe esserlo di nuovo.

Traduzione a cura di Rita Balestra

*Ron Jacobs è l’autore di The Way the Wind Blew: a history of the Weather Underground, appena ripubblicato da Verso. È possibile contattarlo all’indirizzo: rjacobs3625@charter.net. Questo articolo è apparso su CounterPunch.org

Tratto dal sito online del quotidiano Middle East Online