Valzer con Bashir

24 02 2009

070910vauro

Il massacro, così è chiamato fin dalle prime scene del film. Il protagonista, il regista israeliano Ari Folman, riprodotto nell’animazione insieme ad altri compagni di guerra, giovanissimi  israeliani arruolati nell’esercito in missione in Libano che assistettero al massacro di  Sabra e Shatila, da parte di falangisti cristiano maroniti.

 Ari, molti anni dopo, decide di dissotterrare quelle memorie, e affronta un viaggio, fisico, parallelo a quello della memoria, grazie al quale riesce a ricostruire la sua presenza, rimossa dal proprio subconscio, al massacro del 15 settembre 1982. 

L’ora e mezza di film scorre senza intoppi, coinvolgendo lo spettatore e portandolo dinnanzi alla crudeltà insensata della guerra. Il viaggio è soprattutto interno alla coscienza di questi giovani israeliani, incredibilmente alienati da questa guerra, ieri come oggi inconsapevoli strumenti del potere, protagonisti di guerre senza nome.

Una costante di “Valzer con Bashir”, diventa proprio l’inconsapevolezza che i soldati dimostrano. “Spara!, spara a chi?, tu spara e non pensare!”; “ non sapevo neanche dove fossimo, né contro chi dovessimo sparare!”. Questo film è spaventosamente attuale proprio nel riproporre le figure dei soldati israeliani, ignari attori di anni di persecuzioni, violenze e usurpazioni nei confronti del popolo palestinese. A Gaza infatti,  durante l’ultima guerra, un giornalista ha riportato alcuni discorsi di giovanissimi soldati; questi discorsi ripropongono lo stesso senso di incoscienza e superficialità nei confronti di un conflitto, quello verso il mondo arabo, che si trascina da generazioni, quasi una tradizione tramandata di padre in figlio.

“Valzer con Bashir”  è in grado di trasportare lo spettatore, attraverso momenti quasi lisergici, come il pazzo ballo, un valzer, di un soldato israeliano con mitra in mano sotto il fuoco nemico e sotto il gigantesco ritratto di Bashir Gemayel, il politico libanese ucciso in un attentato dai fedayn palestinesi.

La fine del film, dalla tecnica speciale usata e ben riuscita ( Flash, animazione tridimensionale e 3D confluiscono in una animazione messa a punto da Yoni Goodman), si viene trasportati direttamente alla cronaca, alla storia di quell’eccidio, attraverso le immagini reali della morte e della distruzione dei campi profughi di Sabra e Shatila, immagini che colpiscono nel vivo per la loro crudeltà, ma che chiudono il racconto con quella seria obiettività e attaccamento alla storia che il film dimostra di possedere in tutto il suo sviluppo.

_______________________________

 

All’alba del 15 settembre 1982, i bombardieri israeliani sorvolavano bassi Beirut ovest e le truppe israeliane erano gia’ posizionate attorno i campi. Dalle 9 del mattino, il generale Sharon era presente a dirigere personalmente le azioni. Sharon si trovava nell’area del comando generale, all’incrocio dell’ambasciata del Kuwait, appena fuori Shatila.

A mezzogiorno fu completato l’accerchiamento dei campi di Sabra e Shatila da parte dei carriarmati israeliani e furono installati numerosi checkpoint tutt’attorno per monitorare chiunque entrasse o uscisse dai campi. Nel tardo pomeriggio, sino a sera, i campi furono bombardati. Giovedi 16 settembre, gli alti comandi militari israeliani diedero ordine all’esercito “di farvi entrare i falangisti, che provvederanno alla pulizia”.
Per le successive 40 ore i falangisti violentarono, uccisero e fecero a pezzi migliaia di civili disarmati, in grande maggioranza vecchi, donne e bambini, sostenuti dall’esercito israeliano, che impediva la fuga ai pochi che riuscivano a scappare dalla carneficina. Residui di razzi israeliani trovati nelle rovine dei campi dimostrarono che gli elicotteri israeliani avevano illuminato a giorno le due notti di orrore per facilitare il compito dei falangisti.
Il numero delle vittime varia da 700 (dichiarazione ufficiale di Israele) a 3.500 (secondo un’indagine condotta dal giornalista israeliano Kapeliouk). Il numero esatto non sara’ mai conosciuto perche’, oltre ai 1.000 corpi sepolti in fosse comuni dalla Commissione Internazionale della Croce Rossa, un gran numero di cadaveri furono sepolti sotto le macerie delle case rase al suolo dai bulldozers.

                                                                                                                                         

                                                                                                               -recensione a cura di Antonio Vergoni                





Non serve una sinistra moderata, ma una lotta anticapitalistica, radicale

23 11 2008

Caro Gianni, è proprio nei “Grundrisse”,
ancor più che ne “Il Capitale”,
che il comunismo è evocato e teorizzato

Fosco Giannini

Sabato 8 novembre il compagno Alfonso Gianni leva in alto la sua spada post comunista e in un articolo dal titolo ” Nel leggere Marx dobbiamo muoverci con lui e naturalmente oltre lui” recide le sue radici con il comunismo , ratificando conseguentemente, sul piano politico, “l’esigenza” di andare oltre il Partito della Rifondazione Comunista e verso la costruzione di un Partito di Sinistra. Il bello è che tale articolo Gianni lo pubblica sulle pagine di Liberazione , che tale operazione liquidatoria, sia del comunismo che del nostro Partito, la fa sulle pagine del “Quotidiano del Partito della Rifondazione Comunista”.
Ora, noi stimiamo molto il compagno Alfonso Gianni, per le sue capacità, per la sua intelligenza e per la sua profonda cultura, ma è proprio per questo che troviamo particolarmente insidiosa la sua operazione politico – teorica. Nell’essenza, siamo di fronte al tentativo di fornire un profilo intellettuale al progetto Bertinotti – Vendola di costruire un nuovo partito politico; siamo di fronte al tentativo – persino – di motivare culturalmente una eventuale separazione da Rifondazione Comunista. E’ per questo che l’articolo di Gianni non può essere derubricato, rimosso. Occorre svelare cosa c’è di sbagliato, dietro il suo luccichio semantico; occorre disvelarne il carattere strumentale, che è tale nella misura in cui l’argomentazione teorica (che rischia di essere pseudo teorica) è tutta subordinata all’obiettivo del superamento del nostro Partito.
L’intervento di Gianni dell’8 novembre è in verità una vera
articolessa, che già nella propria inconsueta vastità (per un quotidiano) trova una profonda contraddizione: i tre quarti dell’articolo, infatti, sono spesi per questioni, tutto sommato, inessenziali (digressioni) rispetto al cuore teorico dell’articolo, che viene poi compresso nell’ultimo terzo del pezzo. Questa stessa distonia tra l’ambizione teorica – seppur riformista e post comunista – evocata da Gianni e la “picassiana” architettura del pezzo fornisce allo stesso una sorta di spina dorsale scoliotica, storta, che, in verità, è il verso riflesso dell’articolo di Gianni: un tentativo teoricamente audace (nella sua ambizione di liquidare -addirittura ! – il comunismo) “costretto” in una trentina di righe un po’ abborracciate. E insieme, questa distonia, è il segno chiaro che vi è una pulsione forte volta a piegare sbrigativamente e disinvoltamente le questioni teoriche agli obiettivi politici: queste due tendenze si chiamano – da sempre – strumentalizzazione e politicismo.
Prima di affrontare la provocazione teorica di Gianni mi soffermerei su di una delle sue digressioni: all’inizio del suo articolo appare un lungo elogio alla redazione di Liberazione per la “temerarietà editoriale” con la quale essa avrebbe aperto un dibattito sul comunismo. Debbo dire che tale elogio sarebbe ancor più meritato se il dibattito attorno a tale, enorme, questione fosse avviato ed organizzato più razionalmente e democraticamente, non solo utilizzando, sul fronte dell’offensiva culturale, le articolesse di Gagliardi e Gianni, gli interventi di Cini, Sansonetti e Bifo, ma tenendo magari un po’ più conto della maggioranza del Partito e delle sue posizioni non liquidatorie, né del comunismo né del Partito Comunista.
Veniamo alla questione centrale. Vorrei riassumere con la massima onestà il pensiero di Gianni. Egli, essenzialmente, mette a fuoco tre questioni, che tra esse – oggettivamente – stabilirebbero una concatenazione che si offrirebbe come base materiale sia per il superamento della centralità della contraddizione capitale/lavoro, sia -. “dunque”- del progetto comunista, che – “conseguentemente” – del Partito comunista, da esautorare attraverso la messa in campo del Partito della Sinistra.
Le tre questioni che starebbero alla base di tale concatenazione liquidatoria sarebbero: primo, la vasta estensione della produzione di beni immateriali e la speculare riduzione della produzione di beni materiali , con il conseguente – supposto – venir meno del ruolo sociale della classe operaia, vecchia e logora regina – agli occhi di Gianni – solo della produzione di manufatti; secondo, il conseguente cambiamento della composizione sociale sia del capitale che del lavoro (con la relativa mutazione del rapporto tra essi); terzo, il fatto che il potere del capitale trasbordi – per la sua forza intrinseca- dalle fabbriche e dai luoghi della produzione, tendendo a sussumere l’intera società. Tutto ciò sorretto, nell’argomentazione di Gianni, dalla ri-lettura dei “Grundrisse” di Marx, riproposti, in qualche modo, persino in contrapposizione a
“Il Capitale” (troppo economicista e poco sociale rispetto ai “Grundrisse”, par di capire. Ed è tutto dire…).
Riepilogando: per Gianni l’estensione della produzione di beni immateriali, la nuova composizione del capitale e del lavoro e la totalità sociale del capitale (attraverso la sussunzione degli interi rapporti sociali) produrrebbero la fine della centralità del conflitto capitale-lavoro, l’emarginazione sociale del ruolo dei produttori di beni materiali e, di conseguenza, la fine della necessità del comunismo e del Partito comunista.
Vorrei dire un paio di cose, prima di rapportarmi con tali questioni. Primo, è del tutto evidente che questa intera architettura concettuale non ha nulla di originale ma è essenzialmente mutuata sia dal pensiero debole del post-fordismo, che – come la nefasta e risibile concezione dell’Impero, che, assunta da Bertinotti e Gianni, ha contribuito di molto a devastare culturalmente il nostro Partito – da Toni Negri e dalla sua concezione della totalità della produttività sociale ( intendo con ciò che anche chi non lavora produce plus-valore), che cancella sia il ruolo del movimento operaio complessivo (sostituendo la “classe” con le moltitudini) che la stessa categoria del valore-lavoro. Secondo: credo che Gianni non tenga a stesso e al suo prestigio (conquistato sul campo) quando tratta con tanta disinvolta culturale tali temi, e dico ciò perché netta è la percezione che la sua catena concettuale (centralità della produzione immateriale – decentralizzazione del conflitto capitale/lavoro- fine del comunismo- fine del Partito Comunista) si costituisca non tanto su inanellazioni logiche quanto su passaggi apodittici, non argomentati, che evocano non tanto una profondità di pensiero quanto una gran fretta liquidazionista.
Vediamo le questioni. E’ vero il fatto che i produttori di merci immateriali aumentino continuamente di numero (anche se sono ancora molto ma molto lontani dai produttori di manufatti: basta ricordare che solo gli operai di fabbrica sono ancora circa 8 milioni, in Italia, e il loro numero è uguale a quello di dieci anni fa). Ma d’accordo, i produttori di beni immateriali aumentano di numero. E allora? Che c’entra questo con l’equazione di Gianni, secondo il quale tale aumento rappresenterebbe il primo anello della catena che ci porterebbe al superamento del comunismo e del Partito Comunista?
I produttori di beni immateriali (lavoratori dei call – center, al computer) non sono – nello stesso modo degli operai in fabbrica – produttori di plus-valore? Da essi il padrone, dopo aver investito nelle macchine produttrici di merce immateriale, non ricava profitto? E’ stato anzi ormai ampiamente dimostrato come il plus – valore estratto dal lavoro di merci immateriali sia persino più alto di quello estratto dai produttori di manufatti e come il lavoro per merci immateriali sia persino più alienante dell’altro. Dunque, che accidente c’entra la constatazione dell’aumento di produttori di merci immateriali con la fine della centralità del conflitto capitale-lavoro e via cancellando? Produttori di materialità e di immaterialità: siamo sempre nel regno dello scambio tra capitale e lavoro; sempre (per la verità sempre di più) di fronte all’esigenza storica -. da parte di tutti i lavoratori – di riappropriarsi della ricchezza prodotta, socializzarla (tra l’altro, caro Gianni, è proprio nei “Grundrisse”, ancor più che ne “Il Capitale”, che il comunismo è evocato e teorizzato).
Vogliamo forse asserire che la crescita del lavoro per merce immateriale scompone la classe, la parcellizza sul territorio e sul piano sociale? Asseriamolo, ma anche qui: che c’entra questo con la fine del comunismo? Questo fenomeno rimanda ad un altro problema: come si ricompone un blocco sociale di lavoratori parcellizzati (e precarizzati) dai nuovi sviluppi produttivi? Come si ricompone la classe? E’ lo stesso problema relativo alla composizione di classe tra lavoratori immigrati e autoctoni . Ma forse questa novità storica – esigenza dell’unità di classe tra “bianchi e neri” – mette in discussione il progetto comunista di Marx, Lenin, Gramsci, i loro assunti scientifici e teorici relativi alle contraddizioni capitalistiche e all’esigenza di un mondo nuovo, essenzialmente segnato, sul piano materiale, dal superamento dei rapporti di produzione basati solo sul profitto?
Oppure si vuol far credere che l’idea del comunismo si estingue in virtù del fatto che la produzione immateriale produce cambiamenti nella circolazione delle merci e per la costituzione di un arcipelago di piccoli lavori autonomi? Per favore! Sappiamo bene come una nuova circolazione delle merci non faccia altro che aggiungere valore alle merci stesse (“gettare merci nello spazio”) e aumentare il profitto e sappiamo bene come il crescere del lavoro autonomo spesso non rappresenti altro che nuovi processi di salarizzazione e proletarizzazione.
Questione della sussunzione dell’intera società da parte del capitale. E’ un fenomeno reale, ha ragione Gianni. Ma la relazione tra questo e la “ratifica” della fine del comunismo è un tentativo comico. Non era già Engels che evocava – seppur in forme primitive – questa sussunzione quando, nell’analisi della prima industrializzazione inglese, faceva notare come i padroni non si accontentavano di estorcere profitto dal lavoro, ma ri-estorcevano tutto il salario affittando agli operai le loro case, vendendo agli operai le loro merci elementari e cioè alimenti e vestiari?
Questa originaria evocazione della sussunzione capitalistica degli interi rapporti sociali non induceva certo Engels a mettere in discussione né la centralità del conflitto capitale/lavoro né l’obiettivo del comunismo. Caro Gianni: a me pare che anche qui hai corso troppo e troppo ti sei lasciato influenzare dalle tesi negriane relative alla totalità della produttività sociale. In verità dalla constatazione della sussunzione della società da parte del capitale non deriva la fine dell’antagonismo radicale dei lavoratori né, tantomeno, un’esigenza di ritirata riformista. Consegue, casomai, una lotta anticapitalistica più radicale ed un progetto di trasformazione totalmente liberatorio, rivoluzionario, compiti che certo non possono essere assunti da quel tipo di Sinistra (moderata) che è oggi il tuo progetto, quello di Vendola e Fava.
Per ultimo: vorrei ricordarti, caro Gianni, che già qualcuno, ben prima di te e di voi, aveva tentato di teorizzare una nuova Sinistra, superando Marx e il comunismo. Era Lucio Colletti, che proprio dalle pagine della sua rivista ( guarda caso ” La Sinistra”, ‘57 – ‘68 ) si lanciava in quell’avventura post-marxista e post comunista che l’avrebbe prima portato a collaborare a “Mondo Operaio”, del PSI craxiano, per poi precipitare rovinosamente in Forza Italia.
Non ti auguro il suo destino.

(da: www.liberazione.it)